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Eventi | 20 luglio 2020, 00:01

Giovanna Pasello porta il tiro a volo (e le Olimpiadi) in mostra a Porto Ceresio: «Sarà un’emozione. Proprio come ad Atlanta 1996…»

La campionessa azzurra, olimpionica ai Giochi estivi del '96, esporrà i suoi quadri negli spazi della stazione Trenord: vernissage sabato alle 18. L’abbiamo incontrata per riviverne i ricordi sportivi e conoscere questa sua nuova passione: «Mai mi sarei aspettata un'occasione simile. Ma se non ci provi, nello sport come nella vita, non saprai mai cosa può accadere»

Giovanna Pasello mostra una delle sue opere che saranno esposte a Porto Ceresio da sabato al 9 agosto

Giovanna Pasello mostra una delle sue opere che saranno esposte a Porto Ceresio da sabato al 9 agosto

Da Atlanta 1996 a… Porto Ceresio 2020. Due tappe che scatenano emozioni speciali. Diverse tra loro ma con molti… punti di contatto: fucile, piattelli, pallini, grinta e passione.

La protagonista di questa storia è Giovanna Pasello, per tutti Giò, veneta di nascita ma lombarda da tutta la vita. Per gli amanti dello sport colorato d’Azzurro un nome noto: successi in Italia e in Europa, oro mondiale a Nicosia nel 1995, nona - ma in corsa per la finale fino allo shootout di spareggio a quattro atlete e con gli stessi punti (103) della sesta classificata - ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996

Fin qui la “cronaca sportiva”. Ora ci spostiamo invece in terza pagina, quella tradizionalmente riservata dai giornali alla cultura, per raccontarvi che sabato (25 luglio), alle 18, Giovanna Pasello terrà a Porto Ceresio il vernissage della sua prima mostra, “Dallo sport all’arte”, curata da Carlo Maccini. Sarà ospitata fino a domenica 9 agosto negli spazi (e negli orari di apertura) della stazione Trenord, con ingresso libero. Appesi ai muri troveremo dei quadri curiosi e innovativi, che legano il passato al presente e, chissà, potrebbero anche aprire ad un inatteso futuro. 

Per una piccola anteprima siamo stati a Lurate Caccivio, dove “Giò” porta avanti l’azienda di famiglia (fondata da suo papà nel 1967, oggi è un’officina multiservice specializzata nell’assistenza alle auto a noleggio a lungo termine) e, sotto un porticato sul retro allestito per l’occasione, si dedica alle rifiniture in vista dell’esordio in campo artistico di venerdì. 

Giovanna, partiamo dalla sua carriera sportiva. Com’è iniziata la passione per il tiro a volo?
Mi sono avvicinata a questa disciplina a metà degli anni 80 e l’ho sempre vissuta in modo semplice: il piacere di fare una cosa nuova che mi veniva bene. Una passione nata per caso. Mio papà era un cacciatore e il mio ex marito, al tempo mio fidanzato, amava seguirlo. Io non ci sono mai andata perché non approvo la caccia, ma di comune accordo abbiamo preso la licenza: sostenendo l’esame, ho acquisito tutti i titoli per avere il porto d’armi ad uso sportivo. 

Niente boschi insomma. Il fucile solo in “buca”.
Sì. La prima volta sono andata al campo di Fagnano Olona con un amico, un tiratore di seconda categoria. Mi mostrò la pedana, i microfoni, le trappole da cui escono i piattelli, ma anche la posizione corretta per i piedi, che bisogna tenere alle 2.05 (immaginate l’orologio e posizionatevi di conseguenza), e qualche altro piccolo rudimento per cominciare. Tutte cose che nel tempo per me sono diventate naturali: ti posizioni davanti al microfono, imbracci il fucile, arrivi con la bindella delle canne a filo buca e, quando ti senti pronta, chiami il piattello (con il famoso urlo “pull!”). Il piattello può uscire con un lancio sinistro, destro o centrale, con varie angolazioni; quando vola, lo agganci con gli occhi, ci vai con le canne e lo rompi.

Come andò?
Ne presi 9 su 25… Direi non male! Il mio ex marito invece ne prese solo 1, quindi non rimase contento e non volle riprovare. Io invece mi appassionai e decisi di andare avanti. 

“Andare avanti” pare un po’ riduttivo visto che il traguardo fu a cinque cerchi… Ci racconta qualche significativa tappa intermedia?
Una delle prime gare a cui partecipai era organizzata dalla federcaccia. Avevano bisogno di un tiratore per costruire una squadra di 6 persone e un amico di papà mi chiese di farne parte. Oltre alla gara a squadre, c’era quella individuale e il vincitore provinciale poteva accedere alla regionale e, in caso di ulteriore risultato positivo, anche alla fase nazionale, che raggiunsi. Così la mia passione esplose, diventando sempre più forte: iniziai a mettere a punto il fucile, con un calcio su misura, le cartucce giuste… 

Altre tappe importanti?
Nel 1993 fui invitata a una gara di double trap, specialità appena diventata olimpica, a Castel Goffredo. Avevo ottenuto qualche risultato, ma diciamo che sparavo ancora “la domenica”. Una specialità ancora più difficile, perché non hai due colpi per un piattello, ma due colpi per due piattelli. Non ero convinta. Pensavo: “Già faccio fatica a prenderne uno, figuriamoci due”.

Invece…
Invece portai a casa un 42 su 50. E in un’altra gara, una prova di Coppa del Mondo a Lonato, feci addirittura en plein. Così non ho più mollato. E fu tutto velocissimo. Nel 1993 sono stata convocata in Nazionale e sparai a Barcellona, nel campo dove l’anno prima si era giocate le Olimpiadi. Entrai a tutti gli effetti in Nazionale e nel 1995 vinsi il Mondiale a Nicosia. E nel 1996 ero ai Giochi Olimpici di Atlanta. 

Le Olimpiadi, il sogno di ogni sportivo.
Un’esperienza unica, il coronamento di un sogno. Ti senti al centro del mondo. E rappresenti la tua Nazione, come mi è capitato anche agli Europei o ai Mondiali: che orgoglio sentire il nostro inno all’estero. La cerimonia di apertura l’ho seguita seduta a terra insieme ai campioni della pallavolo. Indimenticabile. Conservo ancora anche un po’ di oggetti ricordo (li potete vedere nella galleria fotografica insieme ad alcuni scatti del suo laboratorio e ad una sua foto in bianco e nero da piccolina) che tengo qui in officina: il mio pettorale, la copia dell’inserto della Gazzetta dello Sport con le pagine olimpiche dedicate a Deborah Gelisio e a me… Bei ricordi, a cui sono molto affezionata.

Fino a quando è durata la sua carriera?
Nel 2006. Ma lo sport è rimasto comunque parte integrante della mia vita: ora gioco a golf, corro in e-rally, ovviamente ogni tanto vado a sparare. Ho seguito alcuni tiratori e mi dicono che io sia brava a insegnare: non ho però il brevetto da istruttore, speravo che la Federazione me lo donasse dopo l’esperienza olimpica ma così non è stato. Diciamo allora che è un mio obiettivo futuro: mi piacerebbe poter trasmettere quello che ho imparato.

Nel frattempo è esplosa una nuova passione: l’arte. Com’è nata?
Ho un amico artista, Sandro Cabrini, e una domenica del 2013 decidiamo di andare a vedere il museo del 900 a Milano. Vederlo insieme a lui è stato bellissimo, mi ha raccontato dal piano terra al quarto piano la storia della pittura italiana. Arrivati alle ultime sale, vidi una tela enorme di Lucio Fontana. Sandro mi spiegò: “Fontana è un artista contemporaneo e fa delle cose molto particolari, vedi? Taglia le tele, le strappa, le buca…”. Per gioco gli risposi: “Mai sai quante te ne posso fare io di queste tele? Ma non le strappo… Le impallino con il mio fucile”. La risposta di Sandro mi diede la carica: “Sei talmente fuori che saresti capace di farlo…”.

Vero…
Sì. Sono andata a comprare una tela, l’ho portata al campo e ho tirato un po’ di fucilate. Poi ho pensato di aggiungere qualche pezzo di piattello e ho composto il quadro per portarlo da Sandro in galleria a Milano. Ne fu colpito: “Non avrei mai pensato… E invece funziona!”. Così ho iniziato a creare questi quadri che erano dei regali per chi portavo con me a sparare. Il mio obiettivo era fare sì che rompessero almeno un piattello, per provare la stessa emozione che provai anche io. Pensai però di aggiungere un piccolo dono, per lasciare qualcosa di concreto».

E la mostra?
L’anno scorso a dicembre ho incontrato Carlo Maccini (l’organizzatore della mostra al via venerdì, ndr) che mi racconta: “Ho appena chiuso una mostra alla stazione di Porto Ceresio: foto in bianco e nero di Roma. Un successo incredibile, è piaciuta molto”. “E adesso cosa farai?” gli chiesi. “Non lo so”. Un po’ per scherzo, gliel’ho buttata lì: “Potresti fare la mia…”. Carlo non sapeva dei miei quadri; glieli raccontai, colpendolo: “Mi piace un sacco! Facciamolo”. Abbiamo dovuto rimandarla a causa del coronavirus, ma ora eccoci qui. Ho chiesto agli amici a cui ho regalato i quadri di farmeli avere per poterli esporre e tutti mi hanno detto volentieri di sì. 

Cosa si aspetta?
Sono felice perché ho invitato tante persone che mi conoscono, molti di loro sono curiosi e verranno a vederla. Mi fa piacere. Ogni quadro è speciale perché legato a una persona diversa, non vedo l’ora. Anche l’allestimento nella stazione Trenord sarà speciale: abbiamo preparato 150 piattelli calamitati, che fisseremo ai sostegni a forma di cerchi olimpici. 

Più emozionata oggi o alla prima gara di tiro a volo?
Sono due emozioni diverse ma altrettanto intense. Di certo mai mi sarei aspettata una mostra dedicata alle mie opere. E invece eccoci qui. E se qualcun altro dovesse chiedermi di portare i miei quadri altrove, lo farei… su una gamba sola. Il bello è proprio questo: se non ci provi, non saprai mai cosa può accadere. Vale nello sport. Nell’arte. E anche nella vita. 

Gabriele Galassi

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