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Basket | 07 luglio 2020, 22:28

L'OPINIONE SUL GENERALE SCOLA. L'attesa del piacere, il volto della battaglia, l'applauso per chi non c'è. Perché lo stiamo facendo hablar e non jugar?

Il commento di Fabio Gandini dopo la presentazione di Luis Scola, nuova stella della Pallacanestro Varese. Dall'applauso che lo accompagna al microfono, mai visto in una conferenza stampa, al viso modellato dalle battaglie e al botta e risposta che dice tutto: «Luis, lo sai che Varese si aspetta molto da te?». E lui: «Sarebbe strano il contrario»

Luis Scola ha scelto la Pallacanestro Varese per chiudere la sua carriera: «Gloria e storia, questo è il posto giusto». E urla insieme a tutti i tifosi "il basket siamo noi" (fotoservizio a cura di Alessandro Galbiati)

Luis Scola ha scelto la Pallacanestro Varese per chiudere la sua carriera: «Gloria e storia, questo è il posto giusto». E urla insieme a tutti i tifosi "il basket siamo noi" (fotoservizio a cura di Alessandro Galbiati)

Per il piacere vero, ripassate fra un mesetto, forse meglio due. Questa è solo la cronaca dell’attesa del piacere, un po’ piacere essa stessa, un po’ inghippo che ti farebbe venire voglia di prendere ago e filo per cucire le ore insieme ai giorni.

Le “portaerei” ai piedi, che a falcate attraversano il parquet, si addicono ai 206 centimetri di portanza. Il fisico da esse sostenuto, perfettamente longilineo nella maglia grigia, non tradisce in alcun modo la perfidia degli “anta”. Giusto il volto abbronzato e sorridente, modellato dalle battaglie combattute e dalle sorprese che ogni tanto ti riserva quel palcoscenico con sipario che si chiama vita, va a suggerire che il nostro non appartiene di certo alla categoria degli imberbi.

La planata della nuova Stella sul Pianeta Giardino si compie il 7 luglio alle ore 18.35, forse 18.37. La Masnago che l’accoglie sembra uno dei tanti teatri post-atomici (pardon, post-pandemici) che ci siamo abituati a frequentare negli ultimi due mesi dopo la gattabuia sanitaria: distanza, mascherine, geometrica disposizione delle sedie e qualche mano stretta o abbraccio rubato (ma solo di straforo) tra fratelli di basket. Niente, insomma, che possa far suggerire un nuovo inizio: la sensazione, semmai, è quella di una fine non ancora “finita”.

E allora, il nuovo inizio che Luis Scola rappresenta lo devi per forza di cose ancora sognare, con la certezza - però - che sarà un sogno tridimensionale. Lo devi ancora aspettare, con la certezza - però - che arriverà. Lo devi trovare nei dettagli, con la certezza - però - che presto si faranno racconto. 

Mentre il gigante argentino esordisce in questa incerta scena, il tuo sguardo e il tuo pensiero non possono che andare ai seggiolini disabitati e titubanti, nell’augurio che presto ritornino pieni e tonanti. Poi osservi Luis accomodarsi e ti perdi nella speranza che trabocca dal silenzio, dagli sguardi, dai gesti, dalle poche parole che seguono. Attilio Caja guarda il campione argentino come forse nella sua vita ha guardato solo sua moglie Giovanna o Tyler Cain dopo un close-out fatto ad arte. Andrea Conti quasi si blocca dopo aver parlato di «orgoglio» e «onore», mentre “papà” Toto (Bulgheroni) vorrebbe solo avere a disposizione una macchina del tempo per poter tornare a calzare le Converse e avere il "General" come compagno di squadra: il candore con cui lo afferma è da brividi. Tutto intorno dirigenti, consorziati, staff societario e addetti ai lavori sembrano un presepe a metà tra l’estasiato, il frenetico e il tipico contegno della padrona di casa, che si guata attorno preoccupata prima che l’ospite di rilievo varchi la soglia della sua dimora.

È più emozionata Varese ad abbracciare Scola o Scola ad abbracciare Varese? Parrebbe domanda decisamente più facile del “è nato prima l’uovo o la gallina?”, ma qualche dubbio ti viene mentre scruti il campionissimo, emozionato come può esserlo qualsiasi persona circondata da un nuovo universo, sorpreso dall’applauso che lo accompagna al microfono (una cosa, fidatevi, mai vista in una conferenza stampa) e timidamente felice nel passare in rassegna tutti coloro che lo circondano. 

“Schermaglie” amorose, forse addirittura tempo perso (anche se necessario). Basta parole di circostanza, dategli un palloneper Dio: perché lo stiamo facendo hablar e non jugar? Perché siamo qui in una cattedrale vuota e non in piazza Monte Grappa con diecimila persone? Poi, però, la tua attenzione che vacilla tra ciò che potrà essere e ciò che vorresti che sia (tu e almeno la metà degli 80.694 abitanti di Varese), ecco che una domanda ti riporta almeno in parte al 7 luglio 2020, 18.58 circa: «Luis, lo sai che Varese si aspetta molto da te?». Risposta del nostro: «Sarebbe strano il contrario». Questa non l’avevi mai sentita da un nuovo acquisto, vero?

Goduria, sipario, attesa. Allora, quando si comincia?

Fabio Gandini


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