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Varese | 29 giugno 2020, 16:00

Varese dice addio a Franco Bozzini: nel suo laboratorio di fotografia nascevano i sogni

Si è spento un punto di riferimento della fotografia varesina. Nel suo studio Gieffecolor, prima in via Bertini poi nel grande capannone di via Postumia, artisti e appassionati si sono dati per anni appuntamento. Era il custode di un modo di lavorare d’altri tempi

Varese dice addio a Franco Bozzini: nel suo laboratorio di fotografia nascevano i sogni

Lo vidi l’ultima volta a febbraio, prima che sul mondo calasse un telo di buio e silenzio. Era passato in Galleria Ghiggini per ascoltare le parole di un “suo” fotografo, Carlo Meazza, che intervistavo sull’ultimo libro, dedicato al patrimonio Unesco della Lombardia. Magro e sofferente, la voce appena un poco più velata, Franco non lesinava sorrisi e parole di commento sulle fotografie, la sua vita, trascorsa dall’altra parte dell’obiettivo, nel laboratorio Gieffecolor, prima in via Bertini poi nel grande capannone di via Postumia, dove ingranditori e camere oscure avevano lasciato il posto a sofisticate tecnologie digitali. 

Tutti passavamo da via Bertini, litigando per il parcheggio in cortile, salendo i gradini che portavano al bancone di ricezione, con Simonetta che sorrideva e dava i tempi, mentre Bozzini non lo si vedeva mai da quelle parti, perso in qualche meandro interno a sovrintendere i lavori di sviluppo e stampa. Spesso era sua moglie a consegnare le buste con i negativi e le scatolette con le diapositive, prima dell’avvento del digitale, lutto per noi bianconeristi con camera oscura e attenzione maniacale per le diverse carte da stampa, politenate o baritate. 

Il mondo di ieri, fatto di una fotografia ancora artigianale, genuina, che chi come noi muoveva allora i primi passi affrontava con passione, contando sui consigli di persone come lui e i suoi tecnici, e su un’assistenza di prim’ordine. Al lavoro, Franco Bozzini non era di molte parole, anzi era piuttosto severo e a volte avevi timore a contraddirlo sulla scelta di questo o quel formato, del supporto su cui sistemare la stampa fotografica, ma i suoi commenti erano sempre precisi e a volte pungenti. Ma si imparava. 

Nel grande laboratorio di via Postumia, Bozzini amava mostrare le nuove macchine da stampa, le carte magnifiche per un bianco e nero digitale finalmente senza dominanti verdine o magenta, gli ingrandimenti eseguiti per le mostre di Luca Missoni, con le lune colorate appese alle pareti del locale come lussuosi trofei. 

Spesso capitava di incontrare colleghi e amici, Sergio, Alberto, Carlo, Marco, lì a ritirare le stampe o a progettare qualche lavoro, e nasceva subito il confronto e la discussione creativa, uscivano idee e pareri su questo o quel tipo di macchina fotografica o obiettivo, intanto che Floriana procedeva con carte e negativi, importando a computer le immagini digitali scaricate dalla chiavetta. Poi si passava alla cassa, con la busta delle fotografie, ancora calde come panini appena sfornati, e arrivava il “prezzaccio”, che Franco buttava lì ben conoscendo la mia perenne bolletta e strappandomi un sorriso di gratitudine. 

Qualche volta il suo logo, Gieffecolor, campeggiò come sponsor sulla locandina di una mia piccola mostra, altre Franco applaudì gli spettacoli del gruppo Grande Orfeo in serate rotariane organizzate dal comune amico Antonio, e sapevo che in via Postumia i “prezzacci” erano sempre a disposizione, finché durò il lavoro, oggi scomparso del tutto. La fotografia non è quasi più artigianato e istinto, spesso la tecnologia comanda la fantasia, ma andare da Gieffecolor rappresentava il trait d’union con il passato, e Franco Bozzini era il custode di un modo di lavorare d’altri tempi, un professionismo fine e controllato, attento al nuovo e a una sperimentazione mai fine a sé stessa. 

In via Bertini nascevano i sogni, per me che tentavo l’ennesima strada diversa per quadrare il bilancio, non vedevo l’ora di ritirare i negativi o le “dia”, di capire come reagiva l’ultima pellicola Fuji o di vedere la qualità di stampa delle fotografie scattate con il nuovo 80 mm da ritratto. Facevo i miei primi reportage per riviste di turismo, e alla fine delle scale poteva esserci il paradiso o l’inferno, specialmente quando ritiravo le fotografie di qualche matrimonio, con l’incubo degli scatti riusciti o meno sull’altare e allo scambio degli anelli. Via Postumia era più un punto d’arrivo, anche per Franco, che girava fiero tra i reparti, spariva l’ansia del ritiro -il digitale palesa subito errori e omissioni cancellando il mistero- così si chiacchierava di mostre e progetti e delle solite urgenze, delle consegne da fare “per ieri”. 

Franco ha lottato fino all’ultimo con il male, mettendo sempre il lavoro al primo posto, cercando il meglio, per il suo laboratorio e per i “suoi” fotografi e artisti. Quando se ne va un compagno di strada, le poche certezze rimaste vacillano ancora di più. 

 

Mario Chiodetti

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