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Economia | 26 giugno 2020, 11:37

Industria metalmeccanica: a Varese produzione in forte calo

I dati dell’andamento di un settore cuore pulsante della manifattura locale. Le imprese: «Su automotive, siderurgia e le altre filiere dell’export cosa intende fare il Governo? Gli altri Paesi stanno già lavorando al rilancio e rischiano di superarci»

Industria metalmeccanica: a Varese produzione in forte calo

Il tasso di utilizzo degli impianti nell’industria metalmeccanica varesina è passato dall’86,2% del primo trimestre del 2019 al 69,3% del primo trimestre 2020. Sul terreno, il cuore pulsante dell’industria all’ombra delle Prealpi, ha lasciato quasi 17 punti percentuali.

“Un dato – commenta il Presidente del Gruppo merceologico delle imprese “Meccaniche” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Giovanni Berutti – che fornisce solo in parte il senso della crisi che stiamo attraversando. Questo calo, infatti, registra la flessione solamente del mese di marzo che si è venuta a creare dopo il lockdown, non incorpora dunque ancora i mesi di aprile e maggio e la difficile riapertura delle attività di giugno, in cui non registriamo, in pratica, una ripresa degli ordini. Alla fine di tutto il primo semestre dell’anno i conti saranno ancora più duri, una realtà con cui dovremo fare i conti in autunno”.

A LIVELLO NAZIONALE
Il quadro varesino è coerente con la fotografia scattata a livello nazionale da Federmeccanica che nel bimestre marzo-aprile ha registrato un calo dell’attività produttiva del 44,1% rispetto a un anno fa. Una caduta ben peggiore, dunque, di quella che si era verificata nel 2008 e nel 2011 dopo le due già dure crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani. A causarla non solo il drastico calo della domanda interna. Nel mese di marzo, infatti, le quote di fatturato delle imprese destinate ai mercati esteri sono diminuite del 21,1%. E le cose non sono destinate a migliorare secondo le previsioni delle aziende che per il 63% dichiarano un portafoglio ordini in peggioramento e per il 71% si attendono ulteriori cali di produzione nel secondo trimestre. Con inevitabili ricadute occupazionali: il 34% delle imprese prevede di dover mettere mano ad una riorganizzazione nei prossimi mesi.

A LIVELLO VARESINO
A livello di industria metalmeccanica varesina, l’Ufficio Studi di Univa registra nel primo trimestre 2020 tutti indicatori in negativo. La produzione risultata in calo nel 79,9% delle imprese intervistate, nel 17,2% è stata stabile, mentre solo il 2,9% ha potuto dichiarare un incremento. Male anche gli ordini: in flessione nel 54,4% delle imprese e in risalita in una quota nettamente minoritaria, pari al 19,9% del campione. Questa la situazione generale del settore sul territorio dove, però, l’Ufficio Studi Univa ha rilevato delle differenze a livello di sotto-comparti: meno negativa la visione, soprattutto in termini di prospettive nel breve termine, delle imprese che operano nelle filiere che hanno potuto continuare a produrre durante il lockdown (come le aziende metalmeccaniche legate alle filiere essenziali dell’alimentare e del farmaceutico). Queste imprese hanno registrato un rallentamento nel primo trimestre, ma si attendono un recupero, seppur parziale, nel secondo trimestre dell’anno. Rimane comunque difficile la situazione per larga parte delle imprese del settore che in questi mesi non hanno potuto alimentare il proprio portafoglio ordini. Ne risentono anche le previsioni per i prossimi mesi. Solo il 24,2% delle imprese pronostica un aumento dei livelli produttivi, che rimarranno stabili nel 33,3% dei casi e che scivoleranno ulteriormente in ribasso nel 42,4%. Nemmeno l’export sembra riuscire a dare respiro ad un settore fortemente internazionalizzato, l’export varesino metalmeccanico nel primo trimestre è infatti calato del -5,8%.

IL COMMENTO DELLE IMPRESE MECCANICHE
“Il nostro settore - commenta ancora Giovanni Berutti – è il traino di tutta la manifattura locale. Rappresentiamo quasi il 60% delle esportazioni locali e quasi il 40% degli addetti dell’industria varesina. Se andiamo male noi, va male tutto il territorio. Occorre rilanciare il settore per sostenere tutta la manifattura. Siamo la priorità delle priorità nel rilancio del Paese. Durante gli Stati Generali il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha messo sul tavolo una questione chiave per il futuro della nostra industria: su capitoli come quelli dell’automotive e della siderurgia e delle altre filiere dell’export le imprese devono poter contare su misure ad hoc come quelle messe in campo da altri grandi Paesi industriali europei. La crisi sta picchiando duro in tutto il continente. Ma da noi, più che in altre aree. E questo anche a causa di una mancanza di risposta da parte dei nostri decisori politici. Stiamo tentennando troppo con il rischio di perdere quote di mercato a favore dei nostri competitor che possono contare su Sistemi-Paese più efficienti e reattivi. È ora di agire”.

IL COMMENTO DELLE IMPRESE SIDERURGICHE
“La pandemia – aggiunge Gianluigi Casati, Presidente del Gruppo merceologico delle imprese “Siderurgiche, Metallurgiche e Fonderie” dell’Unione Industriali – ha colpito il nostro settore su due fronti che mettono a rischio la sopravvivenza di imprese che stanno alla base di tutta l’industria meccanica e che esprimono ancor oggi l’eccellenza della nostra capacità manifatturiera. Il primo quello della liquidità, la cui assenza sta progressivamente minando ‘la tenuta della cassa’ delle nostre aziende che lavorano con margini assai ridotti in considerazione della concorrenza internazionale in grado di produrre con regole e vincoli molto più laschi dei nostri, inoltre siamo aziende per definizione “capital intensive” e quindi maggiormente esposte sul fronte finanziario. Il Decreto Liquidità che avrebbe dovuto inondare le imprese di risorse garantite dallo Stato ha mancato completamente tale obiettivo. Di liquidità alle imprese ne è arrivata pochissima e con vincoli ulteriori oltre la garanzia prestata dallo Stato.

Il secondo fronte è la debolezza della nostra capacità commerciale che, non sostenuta da una adeguata politica industriale, ci rende, in questo momento, particolarmente deboli e quindi attaccabili dalla concorrenza internazionale. La nostra abilità nel produrre componenti meccanici universalmente apprezzati (vedi per esempio l’industria automobilistica tedesca che senza i nostri prodotti si ferma) potrebbe non essere più sufficiente per garantirci la continuità. Siamo in una situazione che oserei definire, almeno economicamente, di guerra. Possiamo uscirne solo con interventi straordinari per volume e per tempestività. Senza rischiamo di dove affrontare nel prossimo futuro numerose chiusure di imprese con implicazioni sociali drammatiche”.

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