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Varese | 21 maggio 2020, 13:47

L'ultimo caffè da Zamberletti porta via per sempre il profumo della città e 65 anni d'umanità bella e struggente

Una serranda si abbassa per sempre sulla storia umana e culturale di Varese, 65 anni trascorsi tra il profumo dei dolci e le chiacchiere della gente, i bosini al rhum, la "barbajada", il Dolce Varese. E' come se il Garibaldino fosse sceso dal piedistallo per fuggire correndo lungo il corso

In alto: Angela Zamberletti all'interno dello storico caffè (foto da La Provincia di Varese). In basso: immagini storiche del locale tratte dall'arcihvio Chiodetti

In alto: Angela Zamberletti all'interno dello storico caffè (foto da La Provincia di Varese). In basso: immagini storiche del locale tratte dall'arcihvio Chiodetti

Era quasi come un riflesso condizionato, passavi a piedi o in bici davanti a Zamberletti e l’occhio correva in automatico nell’angolo a destra, per constatare se la signora Angela era alla cassa, capelli sempre a posto, occhiali e sorriso, 65 anni trascorsi tra il profumo dei dolci e le chiacchiere della gente. Non si poteva nemmeno pensare che “il Zamberletti” potesse chiudere e che “l’Angela” andasse in pensione, era come se il Garibaldino un bel giorno fosse sceso dal piedistallo mettendosi a correre per il corso con tanto di bandiera spiegata. 

Un disastro, un lutto cittadino, addio alla verandina, alle torte in vetrina, all’arredo anni Cinquanta gloriosamente rimasto intatto, al Dolce Varese, nato nel 1953 su un’idea dell’architetto Ravasi, che suggerì al padre di Angela, Antonio detto Carlo, di inventare una torta simbolo della città, da avvolgere, appunto, nella Carta Varese. E poi i Bosini al rhum, la leggendaria “barbajada”, latte, caffè e cacao amaro, creata dall’impresario teatrale di Rossini, Domenico Barbaja, che da Zamberletti si poteva ancora gustare, o la colomba pasquale dalla sofficità ineguagliabile. 

Al di là del dramma che vivranno i golosi, la chiusura dello storico caffè è una pugnalata al cuore della città, alle sue tradizioni, a storia e memoria, il segno di un tempo che purtroppo sta per finire, quello della socialità, dell’incontro, delle amichevoli discussioni al tavolino, del «dai che andiamo a berci qualcosa seduti» magari anche soltanto per sbirciare il passeggio sul corso. O a parlare da innamorati senza la musica assordante e la cameriera che ti guarda per farti andar via il prima possibile. 

“Il Zamberletti” è sempre stato il punto d’incontro della borghesia, dei “sciuri de Vares”, i giovani raramente ci andavano, lo sentivano vecchio e un po’ impolverato, “di destra”, quindi meglio il Cuba o altri locali alternativi, salvo poi diventare, una volta cresciuti, habitué domenicali con torta appesa al braccio, acquistata, naturalmente, dalla signora Angela. Si nasce incendiari e si muore pompieri, ha detto qualcuno.

Corsi e ricorsi della storia, una storia che un tempo era fatta anche dai negozi e dai loro proprietari, i Valenzasca, i Vanetti della Cappelleria De Micheli, i Ghezzi, i Pontiggia, i De Molli, i Vercellini, i Buzzetti, nomi che qualche generazione fa erano come di famiglia e a casa non si diceva «vado dal droghiere o in pasticceria, ma vado dal Vercellini o dal Zamberletti», auto autorizzati a darci una patente di parentela (congiunti?) con il signor Mario e la signora Angela, che peraltro sapevano vita morte e miracoli di tutti. 

Ghezzi e Vercellini si sono salvati grazie ai nipoti, giovani che si sono trasformati in droghieri e baristi, Cantù vive grazie alla pervicacia di due sorelle, Ghiggini per la grinta di Eileen, ma Angela Zamberletti è come Luigi XV, dopo di lei il diluvio, e speriamo che lo storico caffè non diventi cinese o uno “store” (ormai anche l’italiano sta per defungere definitivamente) di occhiali, mutande profumi e balocchi, con tempo di ricambio sei mesi massimo un anno. 

Sarebbe l’ennesimo sacrilegio, ai danni di un locale che è sempre stato amico della cultura, per le sue frequentazioni, da Piero Chiara a Bruno Lauzi, agli attori e scrittori ospiti del teatro Impero e dei vari appuntamenti letterari. Poi i pomeriggi al primo piano, a parlar di libri con gli ospiti del Premio Chiara, il salotto di Mauro Della Porta Raffo con illustri invitati, il “Caffè della Cultura” di Bruno Belli, con le chicche sui segreti della Varese d’antan scovate dal suo ideatore. Il salone con le sedie in paglia di Vienna, i muri giallini rifiniti in spatolato veneziano, le stampe bucoliche appese al muro, i tendoni bianchi e le finestre aperte sul chiacchiericcio del corso, quando Varese era viva. 

I tempi sono cambiati, in peggio, la cultura e gli artisti sono derubricati (o ritornati?) giullari di corte, giusto che edicole e caffè letterari chiudano, prospera la movida che volete di più? Una città senza i suoi simboli è come un orologio con la molla rotta. E, assieme all’infinita tristezza, affiorano i ricordi personali, legati alla cortesia della signora Angela e all’ospitalità del locale. 

Il primo è soltanto creato dalle immagini e dai racconti di mamma e papà, ed è quello del buffet di nozze, organizzato proprio da Zamberletti nel giugno 1958, e testimoniato dalle fotografie in bianco e nero del loro album. Salone superiore, naturalmente, dolce e salato in sfilata sui tavoli uniti, un cameriere anzianotto in giacca bianca e il tavolino delle bevande, sifoni del seltz simili a piccoli robot, una bottiglia di Aperol e un’altra, forse, di Martini. 

Il ricordo più vivo e oggi struggente, è quello del debutto ufficiale del Trianon Caffè Concerto, il mio gruppo musicale e teatrale che il 15 maggio di 27 anni fa si fece conoscere alla città con quattro appuntamenti da Zamberletti, organizzati da Gualtiero Gualtieri (“basisti”, tuttora impuniti, Cesare Chiericati e Luciano Di Pietro), allora presidente di Università Popolare, altra illustre defunta di questa città killer. La gente era sulle scale e sotto il portico del corso, non ci stava più nel salone del primo piano, la signora Angela era raggiante e noi stupefatti dall’interesse per il café chantant e le vecchie romanze dell’Ottocento. 

C'era euforia nell’aria, e ricordo, nella matinée dedicata alle canzoni della guerra, il fotografo Franco Pontiggia che scattava, affascinato dai nostri costumi di scena. Tra il pubblico sedevano Arnaldo Giuliani e Milly Gualteroni, carissimi colleghi giornalisti, purtroppo scomparsi, della mia parentesi Fininvest (scappai dopo nove mesi) mia mamma e mio fratello, e i miei più cari amici. Un ricordo meraviglioso. 

E poi, un pomeriggio settembrino di 15 anni fa, Zamberletti tenne a battesimo la redazione de “La Provincia di Varese”, andammo lì a brindare alla nuova intrapresa, pieni di voglia di fare e di speranze, allora ancora si lavorava. L’ultimo ricordo, prima della chiusura del mondo per virus, è legato agli incontri, quasi carbonari, con l’amico scrittore Adelfo Forni, un caffè al tavolo in fondo alla sala, vicino all’uscita posteriore. Bozze sul tavolo, disegni da approvare, storie da raccontare in un locale amico e gentile, profumato di paste e venato di uno spleen gozzaniano.  

Tutto finisce, anche l’immagine del caschetto biondo della signora Angela che occhieggia dalla vetrina a destra venendo da piazza Monte Grappa. Adesso c’è una serranda a sbarre, che chiude come in un carcere la storia culturale e umana di una città, e ci si domanda perché.

 

Mario Chiodetti

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