Varese - 16 maggio 2020, 19:32

«Prima 4 metri di distanza, poi due e ora uno... E' il caos»: i bar di Varese resteranno chiusi

Mancano regole chiare a poche ore dalla riapertura: a Varese molti titolari dei bar del centro hanno deciso di posticipare la ripresa. Da Skizzo del Balthazar al Cavedio, dal BellaVita al Te Capì e al Buco: «Ci hanno detto tutto e il contrario di tutto. Non vogliamo rischiare la salute di dipendenti e clienti e nemmeno incorrere in sanzioni»

A poche ore dalla data fissata per la riapertura delle attività commerciali, lunedì 18 maggio, non sono ancora pervenuti il decreto e l'ordinanza che sanciscono in maniera chiara e uniforme quali siano le regole per riprendere a lavorare in sicurezza.

In un clima di incertezza e indecisione, sono molti i titolari dei locali del centro di Varese che hanno quindi deciso di non rialzare le saracinesche. «Non capiamo quali siano le misure di sicurezza che dobbiamo adottare  - spiega Raffaele Skizzo Bruscella del Balthazar Cafè  – Prima ci hanno presentato un protocollo di 35 pagine, poi uno di dieci punti. Quale dobbiamo seguire?».

In assenza di regole certe, nessuno vuole mettere a rischio la sicurezza di dipendenti e clienti, con il rischio anche di incorrere in sanzioni. «Lunedì ci hanno detto che la distanza minima tra i tavoli doveva essere di 4 metri, poi a metà settimana sono diventati due e ieri uno – gli fanno eco i colleghi di Cavallotti, Cavedio, BellaVita Cafè, Al BuCo e Te Capì –  Poi dobbiamo provare la febbre ai dipendenti e ai clienti, anzi no solo al personale. Dobbiamo tener conto delle prenotazioni per 14 giorni, conservando i dati degli avventori, poi invece ci dicono che non dobbiamo più farlo perché c'è il problema della privacy. I dispenser per il disinfettante vanno benissimo ma non si capisce quanti ce ne vogliano... Troppo caos». 

E anche se le linee guida definitive arrivassero prima di lunedì, messe nero su bianco in un documento finalmente firmato e comunicato, non ci sarebbe il tempo per adeguarsi. «Finché non sapremo come comportarci, non apriremo. In gioco c'è la nostra sicurezza e quella delle persone: preferiamo riprendere a lavorare quando ci saranno le condizioni per farlo».

Valentina Fumagalli