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Territorio | 08 aprile 2020, 15:11

Coronavirus all'Istituto Sacra Famiglia di Cocquio: la Cgil scrive alla Regione e ad Ats

La lettera della segretaria generale della Fp Cgil Varese Gianna Moretto: «Se i tamponi eseguiti sul personale saranno positivi quanto quelli degli ospiti chi accudirà le persone disabili ospitate nella struttura? E chi lo farà con gli anziani delle case di riposo della provincia di Varese dove il virus è arrivato?».

Coronavirus all'Istituto Sacra Famiglia di Cocquio: la Cgil scrive alla Regione e ad Ats

«Una richiesta d’aiuto ed una denuncia allo stesso tempo» premette la segretaria generale della Fp Cgil Varese Gianna Moretto nella lettera inviata a Regione e Ats e per conoscenza anche a Prefetto, sindaco di Cocquio Trevisago e Direzione Sanitaria dell'Istituto Sacra Famiglia di Cocquio. 

«Sinora in provincia di Varese vi siete mossi in colpevole ritardo e senza alcuna strategia apparente per tutto ciò che ha interessato il comparto sociosanitario ed assistenziale nella prevenzione e nella gestione dell'emergenza - scrive Moretto - sin dall’ordinanza, avversata dalle parti sociali ma non solo, che prevedeva il ricovero di pazienti COVID positivi nelle RSA, siete stati sordi ad ogni richiesta e supplica che proveniva dalle strutture del territorio: RSA, RSD, CSS, comunità terapeutiche per la salute mentale. Non è stato messo in campo nulla sulla prevenzione, e persino i CDD sono stati chiusi in ritardo rispetto alle regioni limitrofe. Non sono stati fatti tamponi se non, come nella struttura di Sacra Famiglia a Cocquio Trevisago, in colpevole ritardo e solo quando l’emergenza si era fatta mediatica e la pressione arrivava contemporaneamente da tutte le parti interessate, anche da parte delle Istituzioni sul territorio».

«La stessa identica formula - prosegue l'esponente della Cgil - si è ripetuta in tutta la provincia di Varese, con i casi della RSA “I Pini” di Besano e altre ancora. Nella struttura di Cocquio il tampone, eseguito sugli ospiti solo da pochi giorni, già rende l’idea del dramma sociale che stiamo vivendo: 65 esiti positivi su 178 eseguiti. 65 ragazzi estremamente fragili che hanno contratto un virus che si infila in queste sacche con una facilità disarmante, annichilente. Abbiamo già dovuto salutarne uno. Da lontano, senza abbracciarlo, come fosse un estraneo. Ed ora aspettiamo l’esito dei tamponi sulle lavoratrici ed i lavoratori. Persone splendide che lavorano 12 ore al giorno senza sosta per garantire assistenza a questi ragazzi. Assurdo, se si pensa che questo produce un abbassamento delle difese immunitarie e pertanto potrebbe renderli più vulnerabili al virus. Per loro abbiamo chiesto ripetutamente a voi e alla altre autorità competenti tamponi preventivi e Dispositivi di Protezione Individuale. Abbiamo chiesto che fossero requisiti alloggi, per evitare loro di divenire inavvertitamente veicoli del contagio . Nulla di tutto ciò è avvenuto. Solo il sindaco ha mostrato un interesse concreto e costante, promuovendo anche la raccolta di materiale e finanziando lo screening sierologico».

«Per loro e per tutte le strutture come loro, noi FP CGIL- continua la missiva -  abbiamo inviato segnalazioni, comunicazioni, richieste, diffide, arrivando a coinvolgere il Prefetto di Varese. Nessuna risposta. Ci restano però le domande: quanto ancora devono dare questi lavoratori, che hanno vissuto ogni abbraccio coi propri cari con paura o hanno dovuto rinunciare ad ogni contatto, che hanno lavorato e stanno lavorando ad un ritmo insostenibile ed inumano eppure mantengono intatta la loro umanità, prima che giriate la testa e li guardiate negli occhi? Se l’esito dei tamponi sugli operatori fosse anche solo lontanamente simile a quello sugli ospiti, chi lavorerà? Chi imboccherà, laverà, accudirà, vestirà i nostri ragazzi? Chi lo farà coi nostri anziani nelle RSA del territorio? L’ATS? La Regione? La Protezione civile? La Croce Rossa? L’Esercito? Chi interverrà? Non potete più voltare lo sguardo, non potete più lasciare che tutto vada avanti senza intervenire. Vi ricordiamo che mancano: personale, materiale e alloggi, per evitare un ulteriore diffusione del virus. In economia di guerra non si fa differenza tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, il costo sociale da pagare sarebbe troppo elevato, in termini di umanità innanzitutto. Vi preghiamo di estendere il quadro che vi abbiamo presentato, insieme alle soluzioni che metterete in campo, all’intero territorio varesino e al centinaio di strutture (RSA, RSD, CSS, Comunità Terapeutiche) che esso ospita, prima che sia tardi. Concretamente. Immediatamente». 

Redazione

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