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Economia | 20 marzo 2020, 09:21

Coronavirus, il grido d'allarme: «Le piantine dell'orto non si mangiano ma i loro frutti alimentano le persone. Perché non poterle vendere?» (FOTO)

Il divieto di acquistare sementi e piantine mette in ginocchio un settore e cancella il "chilometro zero". La proposta: «Produzione annuale persa se non si trapiantano ora: le aziende del comparto dovrebbero essere considerate alla pari dei negozi di alimentari»

La serra di un'azienda del settore vivaistico con le piantine da vendere

La serra di un'azienda del settore vivaistico con le piantine da vendere

Rispetto alla gravità della situazione provocata dal Coronavirus con i contagi e i decessi che aumentano potrebbe apparire una notizia di poco interesse. Eppure lo è, perché bisogna iniziare a pensare anche al dopo, all’economia del Paese in ginocchio, a come ripartire.

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri nelle misure di contenimento dell’infezione ha previsto l’apertura delle sole attività che vendono beni di primaria importanza tra i quali le medicine, gli alimentari e le colture legate alla filiera agricola e agroalimentare. Ma a non poter mettere in commercio i loro prodotti al dettaglio ci sono le strutture orto-frutto-vivaistiche: cioè quelle da cui si possono comprare sementi in busta o piantine nei negozi di rivendita o direttamente nei luoghi dove si coltivano le nuove produzioni.

Una forte protesta in proposito è arrivata dall’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (Uncem) attraverso il presidente nazionale Marco Bussone“Abbiamo ricevuto segnalazioni - spiega Bussone - da molti sindaci, agricoltori e hobbisti l’assurdità di veder vietare in questi giorni, in tante strutture del settore, la vendita di patate da seme, sementi in busta, piantine. Siamo nel pieno inizio della stagione e mi vengono riportate scene assurde, con operatori della filiera che vendono prodotti per l’agricoltura e quelli vivaistici monitorati tutto il giorno dalle Forze dell’ordine. Evitiamo forzature ai Decreti in vigore. Se non si mettono a dimora in questi giorni le patate, quando lo si farà?”.

E aggiunge: “La stagione parte adesso e l’orto-frutto-vivaistica che vende prodotti per il giardinaggio e l’agricoltura, per i campi e gli orti, anche per chi è hobbista e lo fa per passione, deve essere messa pienamente nelle condizioni di operare. Senza se e senza ma. Chi fornisce la filiera agricola e zootecnica deve poter operare sempre, all’ingrosso e al dettaglio. Scriverò alla Ministra per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, invitandola a un chiarimento che non metta ulteriormente in crisi pezzi importanti di filiera e di economia italiana”.  

“LE PIANTINE NON SI MANGIANO, MA I LORO FRUTTI SERVONO AD ALIMENTARE LE PERSONE”

Una segnalazione altrettanto dura è arrivata dal cuneese Adriano Cavallo: un appassionato del settore che, come migliaia di altre persone anche nella nostra provincia e in Lombardia, coltiva l’orto con l’obiettivo di curare e produrre in “proprio” la frutta e la verdura necessaria per la famiglia.

Dice Cavallo: “Vorrei segnalare un'incongruenza del Decreto. Giustissimo pensare a salvare il più possibile le vite umane. Ma, nel contempo, bisognerebbe pensare a come sopravvivere in seguito, quando si spera che questo flagello avrà fine. Oggi si parla sempre di rimanere tutti in casa, però ci sono situazioni che il provvedimento non prende in minima considerazione. Come l’alimentazione umana”.

Cioè? “A prima vista potrebbe sembrare un paradosso, tuttavia è la verità. In questo modo si ignora o si finge di ignorare le imposizioni riguardanti il divieto di vendita al minuto, e non solo, da parte delle tante aziende vivaistiche produttrici di pianticelle ortofrutticole. A qualcuno tutto ciò potrà far sorridere vista la situazione in cui versa il Paese. Invece è proprio per questa ragione che quanto sta accadendo a queste aziende e al mondo che gira attorno a loro dovrebbe farci pensare non a cuor leggero”.

Per quale motivo? “Innanzitutto c’è il rischio di mettere in ginocchio non solo le stesse aziende, ma l’intero comparto ortofrutticolo e di conseguenza avere poi una carenza di approvvigionamenti delle merci del settore con gravi conseguenze verso le persone della nostra società già più fragili e in difficoltà economica. Nella stagione primaverile è il momento di mettere a dimora tante pianticelle orticole: tra le altre quelle di pomodori, peperoni, melanzane, basilico, sedano e insalate varie. Esse devono avere dei tempi certi per essere trapiantate. Ma se rimangono in quantità innumerevole invendute dai vivaisti, che ne hanno curato la semina e la crescita nella stagione fredda con lavori e costi non indifferenti, quando sarà ora di raccogliere i frutti della loro attività potranno solo chiudere. Però in modo definitivo, perché perdere una stagione di lavoro, con i tempi che corrono, non ti lascia  molto scampo per il futuro”.

E non solo. “I tantissimi agricoltori e appassionati dell’orto che hanno bisogno delle piantine non sanno dove acquistarle. Le migliaia di famiglie che da sempre hanno l’abitudine di lavorare il loro orto, saranno costrette a comprarle tra i prodotti provenienti dall’estero. Sempre se arriveranno e logicamente a prezzi proibitivi. Altroché il chilometro zero di cui si riempiono tutti la bocca”.

La conclusione di Cavallo è amara: “Non capisco perché il Decreto stabilisca che quanti hanno la necessità di acquistare i prodotti per il loro orto non possano accedere alle aziende vivaistiche. Non dovrebbero far parte anche queste ultime della categoria dei negozi di alimentari? Certo le pianticelle non si mangiano, ma i loro frutti servono per alimentare le persone. Prima, però, bisogna piantarle e curarle e solo in seguito si potranno raccogliere le colture. I tecnici che scrivono i Decreti tutto ciò probabilmente non lo sanno”.          

Sergio Peirone

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