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Attualità | 18 marzo 2020, 08:50

«Worse than a war» (Peggio di una guerra): sul Washington Post le undici pagine di necrologi di Bergamo. «Quelle vite che tratteniamo nella memoria»

Il quotidiano americano racconta il dramma di una provincia partendo dalle undici pagine di necrologi pubblicate dall'Eco di Bergamo, tra i pochi rituali rimasti per salutare chi se n’è andato. «Le loro vite, volate via in fretta, le tratteniamo nella memoria»

«Worse than a war» (Peggio di una guerra): sul Washington Post le undici pagine di necrologi di Bergamo. «Quelle vite che tratteniamo nella memoria»

Lo sguardo che si posa su Bergamo viene da lontano. «Worse than a war», peggio di una guerra. Fa impressione il dramma di questa terra, portato sulla prima pagina del Washington Post con una foto di addio, quell’addio che neanche si può pronunciare davvero in questi tempi di Coronavirus.

Cos’è Bergamo, secondo il giornale americano: la città “wealthy” del Nord Italia, dove ogni goccia di benessere però è sempre stata anche di sacrificio. Come la sorella - che non ci sono rivalità, che non ci sia spazio altro che per il dolore comune, ce lo ricordano persino i tifosi in questi giorni - ferita Brescia.

E poi arriva l’altra immagine, persino più straziante, già girata in tutt’Italia: le dieci, undici pagine quotidiane di necrologi sull’Eco di Bergamo. E proprio dall’Eco condivide questa riflessione Daniela Taiocchi, citata nell’articolo. I necrologi sono tra i pochi rituali rimasti per salutare chi se n’è andato, è vero. Con quella che suona come una promessa sul suo profilo Facebook: «Quando tutto sarà finito, li ricorderemo ancora tutti i nostri morti volati via in fretta. E sapremo raccontare le loro vite che non sono scivolate via, finché le tratteniamo nella memoria».

Una pennellata delicata su un quadro che non ha più colori.

Anche gli americani, che accusiamo frequentemente di essere egocentrici e poco inclini a conoscere geografia e sensibilità oltre il loro naso, hanno colto la profondità bruciante di questo dolore. Forse più di tanti italiani, sicuramente più di quei - possiamo dirlo in lombardo - pirla anche di casa nostra che magari mettono un like qua e là sui drammi del Coronavirus e poi escono, escono a fare passeggiate e spese quotidiane con assoluta differenza. Mettendo a repentaglio la vita altrui, assieme alla loro.

La Bergamo benestante, quella che ha lavorato, non è solo straziata dal Coronavirus. Non può nemmeno piangere abbracciandosi.

Lo hanno capito gli americani, che è insopportabile tutto questo. Noi delle province vicine forse sì, la sfioriamo questa terribile verità, ma a volte siamo stretti anche nella nostra sofferenza. Chissà se nel resto d’Italia c’è questa consapevolezza, che si scioglie in compassione, nel patire cioè insieme.

Bergamo vorresti abbracciarla, anche solo tendere una mano a ogni persona che conosci, a ogni collega che racconta, agli sconosciuti le cui storie affiorano su quelle pagine ed ecco che diventano parte di te.

Le puoi solo volere bene, in silenzio, come in silenzio si sta insieme da queste parti quando si soffre. Ma, almeno, si sta insieme.

Marilena Lualdi

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