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Hockey | 17 gennaio 2020, 21:00

«Dallo striscione della Gioventù Giallonera appeso con i chiodi alla balaustra al "dio" Napier che puliva il ghiaccio: rivive lo spirito dei Mastini»

Gigi Ruberti, una vita da Mastino: «Partiamo in 54 per due giorni in Alto Adige, inseguendo un sogno che arriva da lontano. Durante Varese-Lugano di Coppa Campioni la tribuna in tubolari ballava come un'arca in mezza al mare. Tedesco ricorda McKegney. Arriverò alla Meranarena con la maglia di Alston, il sindaco»

«Dallo striscione della Gioventù Giallonera appeso con i chiodi alla balaustra al "dio" Napier che puliva il ghiaccio: rivive lo spirito dei Mastini»

«Trentacinque anni fa eravamo là sotto - indica dalla balconata del palaghiaccio Gigi Ruberti, volto storico della vecchia Gioventù Giallonera e della tifoseria dei Mastini - c’erano le grate di ferro e mi tenevano sulle spalle mentre mettevo i chiodi per sostenere lo striscione della Gioventù nell'angolo del rettilineo davanti alle finestre del Palalbani. Ci ammassavamo alla balaustra e ci sembrava di entrare sul ghiaccio insieme ai giocatori».

Quello che Andrea Vanetti, uno dei giocatori con il Mastino nel petto, ha definito “ritorno al passato” (leggi QUI), è proprio questo: lo spirito eroico e avventuroso dei Mastini è qui, in una final four di Coppa Italia che riporta la storia al presente e al futuro, trascinando sul ghiaccio una città e generazioni di tifosi.

«La prima trasferta della mia vita la feci proprio a Merano - dice Gigi - credo che sulle maglie ci fosse il marchio Argo e perdemmo ai rigori. Alla fine applaudimmo i Mastini perché non avevano nemmeno più il cuore visto che avevano lasciato sul ghiaccio anche quello, ed è proprio ciò che vorrei accadesse stavolta».

«L’hockey a Varese è una scintilla capace di scatenare l'incendio: la mattina di Varese-Lugano, leggendario match di Coppa dei Campioni di 34 anni fa che fece entrare al palaghiaccio, non si sa ancora oggi come, 4mila persone, avevamo paura che venisse giù la curva con i tubolari in ferro, e allora andammo a puntellarla con tutto ciò che avevamo. Ai gol di Denis Houle che portarono avanti il Varese, poi ripreso sul 2-2, fu come vincere la Coppa dei Campioni: sembrava di essere su un’arca in mezzo al mare, scricchiolava e ballava tutto. Jim Corsi, quella notte indimenticabile, parò anche le mosche. Sembrava mosso dal cielo».

«Alla prima partita giocata, Tedesco mi ha ricordato Tony McKegney, non tanto per il fisico perché Tony era una montagna davanti alla porta che spostava il bastone e sparava il disco in porta con il solo movimento di un mignolo, ma perché avanza a testa alta, per la visione di gioco, per la capacità di fare ciò che vuole. Se devo indicare un giocatore decisivo, un trascinatore nelle gare che assegnano un trofeo, penso a lui. Anche se il più forte è Marcello Borghi. E quello a cui voglio bene è Vanetti, insieme a Odo, Raimondi e Andreoni».

«In una partita secca cosa conta? Abbiamo due belle linee, dove c’è qualità e tecnica, ma è dalla terza e dalla quarta nasce lo spirito dei Mastini. Come accadeva con Teo, Orri e Merzi, o quando è arrivato Zaffy. Sono loro, che entrano e sputano sangue, a fare veramente la differenza».

«La coppa Italia deve darti la consapevolezza di chi sei: al completo andiamo a giocarcela. Abbiamo vinto e abbiamo perso con tutti e per questo rispettiamo tutti. Ma non abbiamo certo paura del Merano perché sulla carta è più forte. Meglio se lo è: anche la Shimano era la squadra più forte ma perse lo scudetto».

«Varese vuole tornare a sognare. Dopo la vittoria sul Como anche quelli che non erano ancora tornati al palaghiaccio, mi dicevano: hai visto i Mastini? Se “per sbaglio” andiamo in finale, altro che duecento varesini in trasferta… C’è voglia, c’è attesa. Tutti mi chiedono le magliette delle finali (bellissime) anche se non saranno presenti. Noi ci fermiamo a Merano due giorni, sul pullman siamo in 54 e abbiamo anche famiglie e bambini: questa è la cosa che mi rende più orgoglioso. L’anno della Federation Cup (1995) partimmo per Bolzano con 9 pullman. Chissà che un giorno…».

«Cosa sopravvive dei vecchi tempi? Il Mastino è il Mastino, guardare quel simbolo sulle maglie regala un’appartenenza e un’emozione uniche. Ho conosciuto i grandi ma arriverò alla Meranarena con la maglia di Jan Alston, “il sindaco” (mia moglie Michela avrà la 12 di Mansi). Quando arrivò a Varese, gli chiesi: “Tu sai chi è il sindaco?”. Non lo sapeva, e da allora per tutti Alston è diventato “il sindaco”».

«Quando Andrea Vanetti vinceva con il Milano davanti a mille persone, mi chiamava per dirmi: “Ma i Mastini?”. Quelle mille persone, il 25 gennaio al Palalbani quando arriverà il Merano, le troverà a Varese».

«Napier era un bomber divino ma con la maglia dei Mastini lo vedevo pulire il ghiaccio come un operaio, con il bastone usato come scopa, quando la rolba si guastava. Lo stesso Napier, passato poi a Milano, durante un derby Devils-Saima, mi vide dietro la balaustra, si fermò e, alzando il bastone, mi disse: “Ciao Mastino!”.  Ecco lo spirito e la potenza di chi questa maglia».

«Mi piacerebbe che domenica o alla fine del campionato succedesse qualcosa di bello perché  c’è una persona che, lassù, farebbe festa insieme a noi ed è Gianni, compagno di tutte le trasferte, compagno quando c’era da rompere le scatole ai giocatori, compagno e Mastino per sempre. Vorrei poter pensare a lui, con le lacrime agli occhi, davanti a un’impresa del vecchio cuore giallonero»

Andrea Confalonieri


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