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Sport | 10 gennaio 2020, 19:48

La voce di 86 tifoserie italiane, comprese Varese e Pro Patria: «Non siamo laboratori per esperimenti sociali»

Per la prima volta le tifoserie di 86 squadre e città firmano un comunicato congiunto dopo i fatti avvenuti in curva Primavera allo stadio Grande Torino e nella curva sud del Brescia: «Così si mette la parola fine a un’idea di calcio appassionato, libero e ribelle»

La voce di 86 tifoserie italiane, comprese Varese e Pro Patria: «Non siamo laboratori per esperimenti sociali»

Da Albenga a Terni, da Monopoli a Eboli, da Cremona a Salò, da Pordenone a Vicenza, da Varese a Busto: 86 tifoserie di tutta Italia, comprese quelle della nostra provincia, per la prima volta si uniscono firmando un comunicato collettivo dopo i fatti accaduti in curva Primavera a Torino - con i tifosi dell'Inter che hanno potuto acquistare biglietti nel settore dei granata - e in curva Sud a Brescia. Ecco il comunicato delle 86 tifoserie dal titolo "Dalle tribune ai settori popolari... No agli esperimenti sociali": proprio queste parole compariranno domenica in uno striscione sui campi italiani di tutte le categorie.

«Nelle scorse settimane in molti avranno letto le notizie riguardanti i fatti avvenuti in curva Primavera a Torino e, più recentemente, in curva Sud a Brescia - si legge nel comunicato congiunto delle 86 tifoserie - In entrambi i casi, i tifosi avversari ospiti sono stati piazzati in mezzo alle tifoserie di casa. Almeno nel primo caso, le autorità convocate in conferenza stampa hanno chiaramente parlato di “esperimento sociale”, salvo poi ritrattare e gridare alla fake news. Un esperimento sociale è uno strumento di ricerca in ambito psico-sociologico volto a testare la reazione di una persona o di un gruppo di persone, sottoposto a determinate situazioni o eventi, spesso insolite, impreviste e anche estreme.  C’è dunque un esperimento in atto negli stadi italiani?».

«Cominciamo col dire che questo accade già da tempo - prosegue il comunicato -  sono anni ormai che si sperimentano sui tifosi e sugli ultras in particolare diverse forme di repressione, dispositivi di privazione della libertà poi successivamente introdotti anche in altri ambiti, dal Daspo senza un processo alla tessera del tifoso per schedare i singoli. Si utilizzano insomma i tifosi per verificare se una misura restrittiva possa essere allargata anche a manifestazioni che non siano sportive. Di fatto, gli stadi sono diventati laboratori di controllo sociale, luoghi in cui questi esperimenti sono sempre più frequenti!».

Poi, il riferimento a quanto accaduto a Torino in occasione della partita con l'Inter: «In seguito ai già citati fatti di Torino, sono stati emessi un centinaio di Daspo: ma cosa ci facevano insomma i sostenitori avversari nello stesso settore dei tifosi della squadra di casa? Nonostante le frettolose smentite, il sospetto è che si sia pensato di mescolare due tifoserie avversarie per vedere cosa sarebbe successo, magari trattando i tifosi ancora una volta come cavie. Il sospetto è quindi che si sia voluto raggiungere il fine ultimo di fare piazza pulita del tifo organizzato, dando fuoco alle polveri e poi strillando all’incendio. Non è certo normale che, al grido "le famiglie devono tornare allo stadio” - slogan sempreverde per giustificare ogni forma di repressione - chi dovrebbe garantire la sicurezza metta invece a repentaglio l’incolumità delle persone creando le condizioni ideali per generare tafferugli e poi approfitti dell’occasione per eliminare i “cattivi” dalle curve. Se questa fosse la verità sarebbe un fatto gravissimo, davvero preoccupante!».

«Rischiare sulla pelle di persone inconsapevoli pur di raggiungere un obiettivo - sostengono ancora i tifosi organizzati di 86 città italiane - stabilirebbe un precedente da tenere in considerazione, oltre a scatenare l’effetto esattamente opposto,  allontanando per sempre la gente dalle curve. Si arriva a tanto pur di “riprogrammare” dei tifosi in meri fruitori di un servizio di intrattenimento.
È questa la nuova strategia scelta per sradicare decennali esperienze di aggregazione, per cancellare la presenza popolare sugli spalti e far posto a spettatori muti e paganti, statuine in grado di pagare biglietti dai costi sempre più folli, di sottoporsi all’indice di gradimento delle società, sempre accondiscendenti davanti al caro biglietti, alle speculazioni finanziarie, agli scandali del grande business del calcio?
Noi temiamo di sì ma non lasceremo i nostri gradoni prima di aver fatto luce sulle oscure manovre, la sospensione dei diritti, gli abusi e le mire speculative di chi vuole distruggere il nostro mondo e un’idea di calcio, appassionato, libero e ribelle che inevitabilmente - è bene che tutti sappiano - finirà con noi».


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