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Storie | 14 febbraio 2020, 15:11

IL 14 FEBBRAIO PIU' BELLO. Quando Lario e Marisa raccontarono l'amore nel giorno di San Valentino

Cinquant'anni di strada mano nella mano, dallo stadio Franco Ossola alle stanze del Molina: la storia d'amore di Lario e Marisa raccontata il giorno di San Valentino di cinque anni fa da Fabio Gandini adesso si è conclusa ma resta l'esempio dell'amore più puro e indissolubile. Come quell'ultima frase: «Guarda Marisa, ci sono i giornalisti per noi. Dammi un bacio»

Foto tratta da "La Provincia di Varese" del 14 febbraio 2015

Foto tratta da "La Provincia di Varese" del 14 febbraio 2015

E' una delle storie più belle di San Valentino perché racchiude in sé l'amore allo stato più puro: un amore che supera anche la vecchiaia e la malattia. E' la storia di Lario Mambretti e della sua Marisa raccontata dal giornalista varesino Fabio Gandini per il quotidiano "La Provincia di Varese" il giorno di San Valentino del 2015: Fabio andò a trovare Lario e Marisa, che avevano più di novant'anni ed erano grandissimi tifosi del Varese, al Molina di viale Borri a Varese, e ne uscì questo articolo, struggente e e indimenticabile.
A distanza di cinque anni Lario e Marisa non ci sono più, perché anche la loro forza ha dovuto arrendersi al tempo, ma la purezza di quel loro amore, che li tenne uniti l'uno all'altra fino all'ultimo filo di vita, rimane un esempio indissolubile ed eterno del significato di questo giorno quando si allunga a tutti i giorni dell'anno e a tutta una vita. (A.C.)


14 FEBBRAIO 2015
La nostra festa degli innamorati inizia e finisce in un complesso di edifici rosa collegati fra loro, con il traffico di viale Borri alle spalle ed il grigio del cielo che ti incupisce l’anima. Fuori, perché una volta dentro è tutta un’altra storia. Potrebbe suonare strano cercare tracce di San Valentino al Molina, eppure l’indirizzo è quello giusto se la tua destinazione è un amore capace di sconfiggere il tempo, la vecchiaia e la malattia, conservando la stessa purezza di quando la vita era ancora tutta davanti e aspettava solo di essere bevuta. Andiamo a colpo sicuro: ad insegnarci cosa sia davvero il sentimento che muove il mondo sono Lario Mambretti e la sua Marisa, 50 anni di strada mano nella mano.

PARLIAMO DEL VARESE?
«Parliamo del Varese?» Lo aspettavamo al varco: Lario ha delle priorità che non si possono non assecondare. Chiacchierare con lui della maglia biancorossa, peraltro, non significa uscire dall’argomento, perché un tifoso i cui ricordi iniziano nel 1936 e si rinnovano praticamente ancora ogni sabato difficilmente si può non definire innamorato.

«No signor Mambretti - rispondiamo titubanti, sperando di non deluderlo - siamo qui perché domani è San Valentino e dunque…». «Forza, andiamo da Marisa allora» ci interrompe risoluto e tutt’altro che sorpreso nel sentir declinare il motivo della nostra visita: a 92 primavere appena festeggiate non si ha voglia di filosofeggiare, si va subito al dunque. Ed il suo dunque è sempre stata Marisa.
Per raggiungere il reparto in cui è ricoverata percorriamo rampe, prendiamo ascensori e varchiamo innumerevoli ingressi: Lario, ben saldo con il suo girello, ci fa da guida continuando a discutere di Varese, di mister Bettinelli «È un testone, ma mi piace», dell’infortunio di Neto Pereira e di quanti punti occorreranno per arrivare all’agognata salvezza. Tutto a un tratto si ferma e ci indica una signora su una carrozzella, sorridendo: «Ecco mia moglie».

UN GESTO CHE SORPRENDE
Vicino ad un tavolo, immobile e sopita, la osserviamo e proviamo ad approcciarci. Marisa non parla, non sente, non vede e sembra non capire. Fra poco, però, scopriremo che il linguaggio dell’amore non ha bisogno di sensi per rinverdirsi. Lario Mambretti “parcheggia” il girello e si china su di lei: «Marisa, ci sono qui i giornalisti per San Valentino…». Le accarezza i capelli, poi delicatamente le solleva il capo: «Dammi un bacio…». Qualsiasi altra richiesta si perderebbe nell’aria, ma non quella di un gesto che non risponde ad alcuna logica perché guidato da misteri inviolabili: il bacio arriva, lungo e tenero, capace di sospendere il qui e ora, di modificare il contesto e riavvolgere il nastro della vita.

NON CI VEDEVAMO MAI
Non serve altro, ci è bastato un secondo per imparare l’amore. Non servono nemmeno i ricordi che Lario snocciola, quasi di malavoglia, nelle “pause” calcistiche cui lo costringiamo: il primo incontro sulla pista da ballo, i due anni di convivenza prematrimoniale «Mica sono scemo: volevo capire chi mi prendevo!», le nozze festeggiate sul lago, la vecchia casa di viale Belforte e le vacanze estive in Francia.
Prima di andare cerchiamo di fugare l’ultimo dubbio: qual è il segreto di un matrimonio così lungo? «Semplice, uno lavorava di giorno, l’altra di notte come infermiera. Ci incontravamo solo alle partite al Franco Ossola». È il caso di aggiungere altro?

Fabio Gandini

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