/ Territorio

Territorio | 28 gennaio 2020, 09:04

LA MEMORIA. Dalla grande fuga dai campi di concentramento alla medaglia d'onore: un premio per Michele Notaro

Il malnatese Giuseppe Notaro, luogotenente dei carabinieri per anni in servizio a Varese, ha ritirato il riconoscimento in in nome del padre scomparso nel 2004. «Fu deportato dopo l'8 settembre e costretto ai lavori forzati, subendo violenze e soprusi». Ma dai lager riuscì a fuggire e a tornare in Italia

Giuseppe Notaro (a destra) insieme ai fratelli con la medaglia d'onore per il padre

Giuseppe Notaro (a destra) insieme ai fratelli con la medaglia d'onore per il padre

Medaglia d'onore a Brescia per Michele Notaro, papà di Giuseppe Notaro, mitico luogotenente dei carabinieri di Varese, ora in pensione. Insieme ai fratelli è andato a ritirare la Medaglia in nome del padre scomparso nel 2004.

«Nella ricorrenza del Giorno della Memoria, il Prefetto della Provincia di Brescia Attilio Visconti - ha raccontato l'ex carabiniere malnatese - nel corso di una cerimonia tenutasi presso Auditorium San Barnaba  di Brescia, ha consegnato a noi figli Giuseppe, Antonietta e Luca Notaro, il Decreto del Presidente della Repubblica, con il quale il nostro papà è stato insignito alla memoria della Medaglia d'onore, conferita ai cittadini italiani vittime delle deportazioni e degli internamenti nel corso del secondo conflitto mondiale».

Michele Notaro si trovava in Jugoslavia, quando l'8 settembre del 1943 divenne prigioniero dei tedeschi. Fu deportato in Germania in un campo di concentramento, costretto ai lavori forzati. Nel novembre del 1945, dopo aver trascorso oltre due anni d'inferno, fuggì dal campo. Fece perdere le proprie tracce al termine di una fuga rocambolesca. Come in un film. Dopo diversi giorni riuscì a rientrare in Italia. Tornò nel suo amato Cilento nel Comune di Pollica dove i compaesani lo accolsero con gioia e stupore, visto che ormai in tanti lo avevano dato per disperso. Ma con determinazione Michele Notaro era rientrato in Italia, raggiungendo il piccolo paese in provincia di Salerno. 

«Lui ed altri italiani - ha raccontato il figlio Giuseppe - subirono sevizie, violenze fisiche (frustate e pedate) vessazioni e maltrattamenti di ogni genere, cibo di scarsa qualità e quantità, abbigliamento trasandato e non consono alle stagioni. Gli veniva impedito di avere ogni forma di contatto con i propri familiari, se non sporadicamente gli veniva permesso di scrivere e spedire cartoline postali, i cui contenuti  erano censurati. Ma non ricevevano la corrispondenza dei familiari. Subiva quotidianamente minacce, soprusi e violenze sotto la minaccia delle armi, lo costrinsero  ai lavori forzati per  due lunghissimi anni nelle miniere carbone».

Pino Vaccaro

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore