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Calcio | 24 gennaio 2020, 19:49

A MASNAGO GIOCANO TUTTI TRANNE IL VARESE

Giusto aprire il Franco Ossola alle partite casalinghe dei Gorillas del football americano, che rappresentano i veri valori dello sport. Ma non può essere un modo per rimuovere o risolvere il problema: dal 1935 a fine 2018 questa è la casa del Varese, dei suoi tifosi e delle leggende biancorosse. Cosa fate perché torni ad esserlo?

A MASNAGO GIOCANO TUTTI TRANNE IL VARESE

Onore ai Gorillas del football americano e allo spirito che interpretano, alla capacità di attirare i ragazzi di Varese in campo e fuori unendo i valori della competizione sportiva a quelli del coraggio, del piacere di stare assieme e di divertirsi.

La notizia arrivata oggi, e cioè che la società di football Usa giocherà al Franco Ossola le quattro partite casalinghe di campionato (leggi QUI), non solo riunisce il presente alla storia di una disciplina che in città proprio allo stadio di Masnago ha sempre avuto radici e pubblico ma è anche un tentativo di donare un filo di vita ai fili bruciati di un campo semi-abbandonato.

Il tentativo di affittarlo a chiunque voglia giocarci, condividendo con tutti lo stadio della città, può dare però l'idea di una soluzione di pura emergenza se non esistesse una strategia a lungo termine che guardi in faccia la realtà, facendo i conti con la storia e con l'unico, grande papà del Franco Ossola: il Varese. 

Forza Gorillas e forza tutti ma non si rimuove così una ferita dalla coscienza di una città, né la si rende meno dolorosa. La ferita e il problema che nessuno vuole affrontare sono questi: come si può pensare di impiantare qualcos'altro, a turno, nella casa del Varese senza fare i conti con il Varese?

Cosa direbbero Giovanni Borghi o Peo Maroso se guardassero giù e vedessero cosa succede nel 2020 al Franco Ossola? E' giusta questa strategia con cui si prova a riempire di contenuti e protagonisti lo stadio che per 85 anni è stato lo stadio dei tifosi e dei giocatori del Varese (è prima di tutto loro, è nostro, è di chi è nato, cresciuto e se ne è andato sbucando dal tunnel o salendo sugli spalti con un cuscinetto biancorosso)?

Ci mettiamo nei panni di un tifoso del Varese (ce ne sono tanti, ed è inutile far finta che non esistano, o sperare che non tornino al loro posto, o non si pongano domande. Noi siamo qui per rappresentare tutti, soprattutto chi non ha spazio o voce in capitolo e invece dovrebbe averne): dal 1935 a fine 2018 generazioni di varesini hanno seguito una squadra, la squadra della città, allo stadio Franco Ossola e ora, dopo essersela vista cancellare con un colpo di spugna, passeranno accanto ai cancelli dello stadio sapendo non solo che non ci gioca più il Varese ma che ci giocano altri, e ci giocano meritatamente, come se fosse normale, definitivo, perfino bello.

Benvenuti Gorillas, dunque, e benvenute anche a tutte le iniziative che l'assessore allo sport Dino De Simone ha annunciato di avere in mente per rendere vivo il Franco Ossola: faremmo però un torto a tutti quelli che, da Franco Ossola a Pietro Anastasi, in quello stadio sono cresciuti e diventati grandi - con Varese e per Varese - se non pensassimo a loro, al Varese e ai suoi tifosi in questo momento in cui sembra che si pensi a tutto e a tutti, per riempire un vuoto, tranne che a loro.

Non viviamo di ricordi ma di cuore e sensibilità se proviamo a uscire dal coro ricordando che allo stadio Franco Ossola si può fare tutto e il contrario di tutto, ma a volte bisognerebbe pensare anche a chi lì è nato e, temporaneamente, morto: il Varese. E a come riportarlo in vita e a casa: questo deve essere il primo problema, non l'ultimo.  

Andrea Confalonieri

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