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Storie | 12 gennaio 2020, 12:30

LA STORIA. Armando De Falco festeggia trent'anni di visioni: «Dal giardino d'inverno al progetto TerraLuna, il bello al servizio della collettività»

L’architetto Armando De Falco e la sua squadra festeggiano un trentennio di attività. Li riviviamo raccontandovi… due sogni, uno realizzato e uno da realizzare insieme alla Fondazione Bellora: il giardino d’inverno nel plesso dell’alzheimer e il progetto TerraLuna

Il disegno che ha ispirato lo studio De Falco per il progetto terraLUNA

Il disegno che ha ispirato lo studio De Falco per il progetto terraLUNA

1990-2020. Trent’anni. Un compleanno speciale, una tappa importante, il punto medio di un cammino che, in quanto tale, invita a guardare indietro ma, altrettanto, avanti. 

A farlo insieme a Noi è lo studio di architettura ADF, un gruppo di lavoro che è come una famiglia: proprio questa è stata la sensazione vissuta nell’essere accolti nella “casa” di Solbiate Arno, ricevuti da Armando De Falco e da Andrea Viganò, Luca Cimolato, Paola Zecconello e Simona Figuccio

Un rapido tour tra le stanze - disegni e progetti appesi con cura alle pareti, strumenti di ieri e di oggi uno a fianco all’altro, librerie piene di libri e pubblicazioni di ogni tipo -, poi il lavoro che si ferma per sedersi intorno a un tavolo, tutti insieme, dove raccontare e raccontarsi; in mezzo, anche un pranzo in compagnia, a rafforzare ulteriormente la percezione di familiarità poc’anzi espressa.

Difficile, anzi impossibile riassumere 30 anni di attività in una sola intervista. Così - oltre a qualche “parola in libertà”, che vi riportiamo in fondo - abbiamo scelto di farci raccontare due opere, una del recente passato e una del prossimo futuro. Due simboli del lavoro dello studio ADF, del nostro territorio ma anche di ciò che l’architettura è, può e deve essere secondo i protagonisti di questa storia: «Ho imparato, qui e in Aime, che questo territorio è fecondo, ricco di imprenditori fantastici e intraprendenti, che ogni giorno si inventano del lavoro, pur affaticati dalla burocrazia e dalle sue difficoltà - l’introduzione di Armando De Falco - E la chiave per costruire, per lasciare una traccia, per fare qualcosa a favore della collettività sono proprio i soggetti che investono. Pensate al “nostro” meraviglioso liberty: grandi architetti al servizio di grandi committenti, che hanno avuto successo nel loro lavoro e hanno poi investito sul bello, sul gusto, sul saper fare». 

Non è dunque un caso che la committenza delle due opere che ci apprestiamo a conoscere - il “Giardino d’Inverno” nel plesso dell’Alzheimer di via Agnelli; il progetto “terraLuna” che prenderà vita nell’ex scuola Bonomelli - sia un’importante istituzione, attiva nel campo sociale da più di cent’anni: la Fondazione Bellora di Gallarate.

Ve li raccontiamo così: flash di memoria, ricordi e sensazioni pieni di soddisfazione, orgoglio e piacere. Che escono spontanei, trasmettendo emozioni. 

 

IL GIARDINO D’INVERNO NEL PLESSO DELL’ALZHEIMER

 «Siamo a Gallarate, vicino al centro storico e all’ospedale. Il plesso dell’alzheimer ospita circa 50 persone. Ciò che ci venne richiesto era un giardino d’inverno in uno spazio poco sfruttato: un “pozzo”, impraticabile nella stagione estiva per via del sole sulla verticale, che dava effetti di surriscaldamento; altrettanto inutilizzabile in inverno, a causa del freddo e ovviamente di eventuali fenomeni di pioggia. L’obiettivo era renderlo usufruibile e accogliente, in modo da favorire la vita comune degli ospiti». 

«Chi è affetto da questa patologia vive un senso di smarrimento, col passare del tempo è sempre meno in grado di riconoscere le persone, i loro familiari, il personale, ma anche gli spazi in cui vivono. Per capire come costruirlo abbiamo conosciuto e ascoltato sia loro, sia il personale - medici e fisioterapisti - che opera nella struttura. Abbiamo raccolto molte informazioni: potremmo dire che è stata una forma di “progettazione partecipata”». 

«Abbiamo progettato una copertura reticolare per poterlo usare tutto l’anno, con dei giochi d’acqua, delle sedute, delle isole di verde e un soppalco che mettesse in relazione i due piani della struttura: le norme dicono che gli ospiti devono stare in nuclei separati di circa 20 persone, ognuno con propri soggiorni, camere, bagni».

«Il progetto è stato visto e rivisto più volte e tra le consegne la più importante era quella di non spostare le persone dai loro luoghi, dalle loro stanze: il cantiere, che è durato 12 mese, non poteva quindi chiudere alcunché, doveva svilupparsi con la struttura aperta e funzionante. Così l’ultimo passaggio è stato quello di calare la struttura portante, che pesa svariate tonnellate, dall’alto».

«Il giorno della posa, con una gru da 250 tonnellate, abbiamo sollevato la struttura, che galleggiava nel cielo di Gallarate. La ripresa del video (che vedete qui sotto) è stata realizzata dalla scala di un edificio adiacente. Per calare la struttura ci è voluta circa un’ora e un quarto e a operazione terminata è stata collegata ai due pilastri che avevamo precedentemente preparato. Infine è stata montata la copertura in vetro».

«Per disegnare questa struttura abbiamo lavorato con render e diversi modellini, di cui il definitivo era in scala 1:100: oggi è un tavolino nell’officina della ditta che si è occupata della realizzazione. Un bel ricordo».

«Come potete vedere (nelle foto qui sotto), si tratta proprio di un giardino, con alberi veri, da toccare, da respirare, da vivere: un ulivo, un corbezzolo… Vegetano molto bene grazie al riscaldamento a pannello radiante. In alcune stagioni la struttura assume colorazioni davvero speciali. L’inaugurazione è avvenuta il 5 novembre 2016. Il giardino d’inverno è per gli ospiti un luogo dove, sotto la luce del sole, fare fisioterapia, ascoltare musica, dove ricamare, dove incontrarsi tra loro e con le loro famiglie; dove deambulare, anche di notte. Non è la cucina, ma ormai mangiano tutti qui.  Un luogo aerato naturalmente e artificialmente; illuminato, sicuro, e protetto». 

«Abbiamo visto persone arrivare, togliersi le scarpe e mettersi comodi con i piedi sul tavolino, perché qui stanno bene. Il giardino d’inverno è un luogo dove vivere: marito e moglie si siedono sulle poltrone, uno a fianco all’altro, e dormono insieme. Qui si gioca, anche: il momento più bello a cui abbiamo partecipato è stata la tombola, con gli ospiti che giocavano attraverso la balconata, scambiandosi i premi da un piano all’altro con il cestello».

«Ecco l’importanza della committenza, che ci ha dato fiducia, che ci ha guidato. E che ha così messo a disposizione dei suoi ospiti un luogo bello, dove passare il tempo, dove vivere bene».

 

IL PROGETTO TERRALUNA

«Il rapporto con la Fondazione Bellora, nato con il giardino d’inverno, è solido e così ci è stata affidata la parte architettonica del progetto “terraLUNA”, un ambizioso programma che vuole migliorare l’offerta di servizi a favore di bambini autistici e delle loro famiglie. Il progetto prevede la costruzione di un polo di riferimento territoriale nell’ex scuola Bonomelli di Gallarate, ormai da qualche anno vuota, adiacente al plesso dell’alzheimer, acquistato dalla Fondazione Bellora nel 2018. Il Centro sarà un punto di raccordo gestionale, operativo, prestazionale, strutturale, con un’offerta integrata di supporti sociosanitari-sanitari-sociali capaci di garantire una presa in carico continuativa che ricopra l’intero arco del ciclo della vita». 

«Si è aperto un tavolo di lavoro con la Fondazione Bellora e Ats Insubria e, grazie alle indicazioni della neuropsichiatria infantile dell’ospedale di Gallarate è stato strutturato questo ambizioso progetto, che coinvolgerà tutto il distretto sanitario del Gallaratese, raggiungendo una popolazione di 35.000 abitanti. Il progetto è già stato realizzato e approvato dalla municipalità di Gallarate, dalla Sovrintendenza regionale, dai Vigili del Fuoco… insomma, da tutte le commissioni preposte. Tante le partnership aperte dalla Fondazione Bellora: alcune banche, i Lions, il MaGa, onlus che operano con bambini autistici».

«In questo momento si sta aspettando di sapere se “terraLUNA” sarà scelto da Fondazione Cariplo all’interno del bando degli Emblematici, che premierà 5 progetti del Varesotto, ognuno con  un contributo minimo a fondo perso di 1 milione di euro: “terraLUNA”, accolto con grande favore, è ancora in corsa dopo una lunga scrematura. I cantieri dei progetti vincenti dovranno essere aperti entro 6 mesi». 

«In questa grande sfida, il nostro studio si occuperà della parte architettonica: lavoreremo in sinergia con molti professionisti ad un’opera che cambierà completamente volto alla zona. Te la raccontiamo, con orgoglio e grande voglia di iniziare. Ecco cosa c’è e cosa ci sarà». 

«Il lotto acquistato ha una struttura esistente di 5.000 metri quadri, divisa in cinque piani, alta 19 metri. Una costruzione molto pesante, che andremo a snellire scalettandolo e facendolo diventare una… barca in movimento. L’idea è venuta da questo disegno: è una barca in mezzo al mare, agitato, a bordo della quale dei bimbi giocano. Dà il senso del percorso, del cammino, del viaggio. Un viaggio in un mondo che potremmo dire essere un po’ disordinato. Ci è sembrato lo spunto perfetto per questo luogo». 

«Vogliamo aprire questo luogo alla città, per integrarlo, farlo diventare una parte di essa. Il nuovo ingresso sarà all’incrocio dei due filari di tigli e si accederà attraverso una grande piazza (sotto la quale ci saranno una cinquantina di parcheggi), che permetterà di raggiungere le strutture in progetto, accessibile a tutti. Il corpo centrale, ovviamente; e altrettanto i padiglioni che verranno realizzati. Il progetto è diviso in lotti di interventi e con noi ci saranno tanti bravi professionisti, ognuno al lavoro sul suo ambito: architetti d’interno per gli arredamenti; agronomi; chi si occuperà dell’impianto geotermico, che sarà importantissimo e darà energia a tutto il plesso e anche al plesso dell’alzheimer…. Ogni aspetto è stato affrontato nel dettaglio: sarà un grande lavoro di squadra». 

«I primi due piani saranno dedicati alla cura, con studi per i professionisti medico-sanitari; ci saranno poi palestre, laboratori e spazi comuni. Non solo, perché l’edificio ospiterà una caffetteria e un ristorante da 80 posti: in cucina i ragazzi autistici potranno lavorare sia per la struttura che per altre realtà, come ad esempio le scuole. Nel complesso ci saranno poi zone per l’idroterapia e per l’ortoterapia, con percorsi sensoriali protetti. Ci saranno dei padiglioni ecosostenibili - dedicati alla robotica, alla musica, alla rilegatoria… - per il lavoro dei ragazzi e che potranno cambiare nel tempo. Ai piani superiori dell’edificio verranno costruiti 16/1 appartamenti: saranno a disposizione dei ragazzi che, diventando adulti, potranno viverci. Ci saranno poi serre bioclimatiche per la riqualificazione energetica». 

«Creeremo un collegamento tra la struttura per gli anziani e quella per i ragazzi: sarà “un ponte” tra le generazioni». 

«La Fondazione Bellora ha già avviato il progetto: grazie anche all’enorme interesse e impegno della neuropsichiatria infantile dell’ospedale di Gallarate, diretta dalla dottoressa Maria Rosa Ferrario, ogni sei mesi vengono inseriti sei bambini autistici nel percorso, che attualmente viene svolto in una scuola messa a disposizione dal Comune. E noi, a prescindere dalla risposta di fondazione Cariplo, che ovviamente accelererebbe le operazioni e permetterebbe di richiamare ulteriori e importanti attenzioni sul progetto, abbiamo già ricevuto indicazione dalla Fondazione Bellora di seguire il Protocollo e cominciare a lavorare sul piano interrato: un gesto concreto di chi vuole fare qualcosa di importante per la collettività». 

«Quanto durerà? Abbiamo una fase temporale di 3 anni sul progetto complessivo. Il primo intervento, che inciderà per circa 2 milioni di euro, è di 1 anno: lavoreremo sul seminterrato e il piano terra, poi inizieremo a “rosicchiare” l’edificio per dargli la forma scelta. Nella seconda fase si lavorerà sul primo piano; nella terza sulle residenze; nella quarta e ultima sulla piazza e sui parcheggi».

«Non vediamo l’ora di iniziare e siamo felici di poter contribuire ad una piccola parte di questo progetto, che risponde ad una problematica vera: oggi 1 bambino su 100 - e per il ministero della salute il dato è di 1/77 tra i 7 e i 9 anni - presenta un disturbo dello spettro autistico. Questo progetto aiuterà dunque tantissime persone. Ed è un vero e proprio sogno che diventerà realtà». 

 

PAROLE IN LIBERTÀ

Oltre a farci raccontare queste due opere, insieme ad Armando De Falco abbiamo scambiato un po’ di pensieri “in libertà”. Riportiamo alcune pillole, su cui riflettere e confrontarsi, che riguardano il mondo dell’architettura ma non solo. 

«L’architettura, come qualsiasi altro aspetto lavorativo e di vita, necessita di formazione continua. Di voglia di imparare. L’analfabeta di oggi non è chi non sa leggere o scrivere, ma chi non ha voglia di rimettersi in discussione».

«Cosa mi affascina? Fare industria e ambiente insieme. Che hanno entrambi diritti e doveri. Gli imprenditori possono essere il motore di questa sfida: possono fare azioni importanti per la tutela e la qualità dell’ambiente, il rinnovamenti di paesi e città, la rigenerazione urbana, architettonica, energetica. Mi sento dunque di lanciare ai giovani architetti questa sfida: guardare alla tutela ambientale come ad un’opportunità». 

«Cos’è il bello? Dopo 30 anni di attività professionale, dico la passione: un aspetto fondamentale. Poi il senso di libertà, il coraggio. E la leggerezza: le architetture sono oggetti pesanti, che si radicano sul territorio e si storicizzano; il bello è dunque rendere leggero il nostro passaggio». 

«Le città e i suoi edifici invecchiano sempre più? Vero. E una grande sfida è proprio questa: trasformare, riconvertire. Dobbiamo prenderci cura delle nostre cose. Ho fatto questo stesso discorso con Andrea Leta (presidente di AIAC Varese - associazione amministratori di condominio ndr). Un edificio che ha tanti anni necessita di interventi, e dunque investimenti, importanti. Una possibile idea è un approccio differente: l’uso invece del possesso. Per esempio: c’è da rifare una caldaia di un condominio e la vogliamo con pompe di calore e impianto fotovoltaico. Diciamo che costa 200.000 euro: tutti sarebbero in grado di affrontare la spesa? No. Ma se io invece ti dicessi che io la rinnovo e tu - per avere energia pulita, che non inquina, che non impatta - ne paghi un uso, un canone, diciamo di 80 euro al mese: ecco, forse lo faresti subito. Certo non è facile e c’è un “problema” di mentalità: nei paesi anglosassoni c’è l’abitudine a dare una vita, diciamo una “scadenza”, agli edifici; qui invece abbiamo un atteggiamento molto conservativo. Ma prima o poi quegli oggetti andranno rinnovati. Abbiamo solo accennato, ma questo è un discorso ampio e importante per il futuro delle nostre città: c’è una grande sfida di ristrutturazione e rinnovamento da affrontare». 

«Com’è cambiato il mestiere con la tecnologia? Tantissimo. Prima si andava in cantiere, si facevano le foto, le si portavano a sviluppare. Oggi scatti e invii, seduta stante. Ovvio dunque che anzitutto la tecnologia ha aumentato nettamente la velocità, la rapidità. Che da un lato è ovviamente un bene, ma dall’altro ha forse tolto un po’ di possibilità di assaporare il lavoro: si manda in stampa e sotto con il prossimo. Oltre a questo la tecnologia ha permesso un lavoro ancora più in sinergia tra tutti i professionisti coinvolti in un progetto, che attraverso rendering e progettazione 3D possono inserirsi in un modello in cui valutare tutte le interferenze strutturali, impiantistiche; un modello che resterà poi a disposizione per ulteriori interventi o manutenzioni. Dall’altra parte però la tecnologia ha portato a un flusso continuo di comunicazioni che ti investe in ogni momento, portando per certi versi grande fatica. Come tutte le cose, ci sono risolti positivi e “negativi”. Il computer è però ovviamente una rivoluzione a livello generale; la definirei la quarta rivoluzione industriale che però avviene in modo differente dalle precedenti tre: questa ha dei piccoli scatti, dei minuscoli cambiamenti, che sono però continui e velocissimi». 

«Quali saranno le grandi sfide per le nostre città, come ad esempio Varese? Anzitutto il tempo verbale è sbagliato, perché queste sfide sono già qui. C’è da rispondere ad alcune situazioni: la de-industrializzazione; l’invecchiamento della popolazione; la mancanza di attrattività. Si apre così un lavoro di interventi positivi da fare, per rimettere in gioco l’economia cittadini: interventi sullo sport, sull’ambiente, sull’invecchiamento attivo, sul benessere, sui servizi alla persona. Ecco dunque la grande sfida: inventarci attività che vadano in queste direzioni».

La squadra al gran completo: Armando De Falco, in primo piano a destra, con Andrea Viganò, Luca Cimolato, Paola Zecconello, Simona Figuccio; con loro i giovani Martina, Federico e Gabriele

Gabriele Gigi Galassi

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