/ Sport

Che tempo fa

Cerca nel web

Sport | 02 gennaio 2020, 15:43

2/01/1940-2/01/2020. «Il grande Airone ha chiuso le ali»: così nacque la frase che da 40 anni ricorda ogni 2 gennaio Fausto Coppi

Il 2 gennaio 1940 l'uomo delle parole, il grande scrittore e inviato Orio Vergani, cercava le parole che pensava di aver finito per poter dare l'addio al Campionissimo. Poi si ricordò di averlo visto molte volte volare, ma sempre senza sorridere, altre accasciarsi o abbattersi, le braccia e le gambe troppo lunghe, inerti e abbandonate. E gli vennero: «Il grande Airone ha chiuso le ali»

Foto tratta dalla pagina Facebook "Alfabeto Fausto Coppi"

Foto tratta dalla pagina Facebook "Alfabeto Fausto Coppi"

L'omaggio più bello, emozionante e sorprendente nel giorno del 40° anniversario della morte di Fausto Coppi è arrivato dalla pagina Facebook "Alfabeto Fausto Coppi" che ci racconta di come nacque la frase che, da 40 anni, ricorda l'addio al Campionissimo. Ve lo proponiamo per onorare l'Airone e chi ne cantò il volo: Orio Vergani, scrittore e grande inviato del Corriere della Sera.  

La mattina del 2 gennaio 1960, l’uomo delle parole cercava le parole.
Ne aveva a centinaia, a migliaia. Ne aveva di rare, di eleganti, di ardite, quelle con cui componeva immagini che sembravano rubate ai poeti, ai pittori. Parole che sapevano cantare le vittorie, le imprese, che medicavano le ferite delle sconfitte, che ridisegnavano le strade, le montagne, le riviere, le piazze dei paesi come una sinfonia di storie, come una festa di maggio. Erano le parole che aveva pensato, scelto e poi messo una in fila all’altra in tutti gli articoli scritti per il suo giornale, da quando, a primavera, veniva mandato al seguito della corsa.

A cominciare da quel lontano 1927, era il 17 maggio, quando la sua Isotta Fraschini, guidata da un autista in livrea, andò in panne sull’angolo acuto di un tornante del passo del Penice, sì proprio il passo del Penice, nella 2ª tappa del Giro, la Torino-Reggio Emilia, di 321 chilometri. L’auto si fermò a mezza strada, incagliando il nervoso serpentone della corsa.
Quel giorno le parole, a dire il vero, gliele regalarono gli altri, i corridori, e non furono parole gentili, piuttosto insulti secchi e grevi come sassi, a lui, proprio a lui, l’inviato del "Corriere della Sera" al seguito del suo primo Giro d’Italia, con l’Isotta Fraschini e l’autista in guanti bianchi.
Anni dopo le parole gliele avrebbe suggerite Alfredo Binda, «seduto sul sellino come un ragioniere davanti a una macchina calcolatrice, prodigiosamente placido sotto allo sforzo, incomparabilmente flemmatico nei suoi calcoli».
E gliele avrebbe suggerite Girardengo, già vecchio, ma ancora astuto come una faina e «che mille volte sorrise levando il volto dal manubrio dopo una volata vittoriosa»; e Félicien Vervaecke, lo scalatore belga che contese il Tour del 1938 a Gino Bartali e che diceva di riconoscere proprio il rivale Gino, al solo suono, inconfondibile, della sua pedalata.
E ovviamente le parole gliele avrebbe ispirate lo stesso Bartali che nel ’37 vide scalare le prime Dolomiti al Giro e staccare tutti in mezzo a scenari di rocce e ghiaioni «aspri come una tavola senza cibo».

La mattinata di quel 2 gennaio 1960, che ormai si era fatta tarda, anche la tavola del suo studio milanese, apparecchiata della macchina per scrivere, rimaneva senza parole. Da qualche ora sapeva che doveva trovarle, come quando le dettava, a braccio, al telefono allo stenografo del "Corriere", all’arrivo delle tappe. E gli venivano come se il dizionario fosse una sorgente di montagna, di quelle in cui chiedeva al motociclista o all’autista di accostare e fermarsi un attimo, così da rinfrescarsi, un sorso e, via gli occhiali, una sciacquata alla faccia, contro il caldo bruciante di un’ascesa al Galibier o all’Aubisque. Il fatto è che gli sembrava di averle finite, o almeno gli sembrava di non averne di adatte, di opportune per raccontare quel suo sordo dolore di vecchio narratore di uomini e di sport, al cospetto della notizia che il giornale gli aveva chiesto di commentare. Ma sapeva anche che non poteva sottrarsi. Si tolse gli occhiali dalla pesante montatura di tartaruga e si passò le mani sul volto.

Si ricordò di averlo visto la prima volta, quasi vent’anni prima, sulle rampe del Barigazzo e dell’Abetone, sfidare «la frusta della pioggia e il tamburello della grandine» e di essersi chiesto che cosa fosse quella cosa che volava come se le sue mani «alte e leggere sul manubrio… le gambe che bilanciavano nelle curve» non avessero peso. E quale uccello mai visto prima potesse volare in quel modo: non era aquila, non era rondine e neppure, nonostante quel naso lungo come un becco, alcione o martin pescatore.
Era, quel giorno, il 29 maggio 1940, come se l’avesse visto nascere. Era come avesse visto nascere un figlio, a cui non si sa ancora che nome dare. E infatti, quel giorno, la folla lo applaudiva in silenzio, non sapendo come chiamarlo.
Si ricordò di averlo visto molte altre volte volare, in salita, contro il tempo, sotto lo striscione del traguardo, ma sempre senza sorridere, come se avesse altro a cui pensare; e di averlo visto altrettante volte cadere, accasciarsi, con gli occhi velati da cervo moribondo, e altre volte abbattersi sul ciglio di una strada, sul prato di un velodromo, goffo e fragile come una preda ferita, come spezzato in una scomposta geometria di linee e di angoli, le braccia e le gambe troppo lunghe, inerti e abbandonate dal resto del corpo.

E allora, solo allora, si rimise gli occhiali e iniziò a battere sui tasti della macchina le parole che aveva trovato: «Il grande airone ha chiuso le ali…».

[L’uomo delle parole è Orio Vergani (1898-1960), giornalista, scrittore e fotografo. Da inviato del "Corriere della Sera", ha seguito 25 Giri e altrettanti Tour. A lui si deve l’ultimo saluto a Coppi nel celebre articolo del 2 gennaio 1960].

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore