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Opinioni | 28 novembre 2019, 14:22

IL MIO NATALE A BUSTO. Invece di sfrecciare, fermiamoci un attimo: basta un presepe sulla credenza o una luminaria solitaria

Un bigliettino scritto accanto ai pacchettini nella casa laggiù alla Boschessa, una fragile capanna, la sorpresa dei regali aperti solo il giorno fatidico dopo aver riempito una scrupolosa lista nei giorni precedenti. La magia di una volta, da qualche parte, c'è ancora: nel presepe di Santa Maria "custodito" dalla Croce Rossa

Il presepe di piazza Santa Maria allestito dalla Croce Rossa di Busto Arsizio insieme agli Amici di Alessandro (foto tratta dalla pagina Facebook ufficiale della Croce Rossa Italia, sezione di Busto Arsizio)

Il presepe di piazza Santa Maria allestito dalla Croce Rossa di Busto Arsizio insieme agli Amici di Alessandro (foto tratta dalla pagina Facebook ufficiale della Croce Rossa Italia, sezione di Busto Arsizio)

Busto Arsizio si veste, strada dopo strada, di Natale. Eppure confesso di essermi fermata solo davanti a una luminaria. Non è un modo di dire: era proprio un pezzo unico.

Lo è. Tutt’attorno, le strade sembrano come incendiate di Natale, ma io stento a sentire ancora questa potente e umile festa. Sono grata a chi compie tanti sforzi per sorridere e far sorridere, però penso a quanto sia coraggioso tenersi stretti una luce, da soli, nel buio.

Potrebbe essere una metafora, e lo è anche, ma in una via di Busto davvero quando passo vedo una sola stella accesa: l’orgogliosa manifestazione di festa di un’attività, in una strada semiaddormentata.

E  mi assale un pensiero. Se torno indietro al mio Natale, quello che mi faceva battere forte il cuore di bimba, non identifico luce alcuna se non quella sommessa e ondeggiante dei presepi dentro le case. Non so se non splendessero le luminarie o fossero più dimesse o semplicemente non mi importasse. Il Natale per me era qualcosa di sussurrato nelle ore precedenti all’arrivo di ogni Luce. I preparativi del presepe, sì, ma ancor più la visita nelle case delle “piccole donne”, le sorelle di mia nonna. Specialmente laggiù alla Boschessa, dove la casa brillava del sorriso di zia Pierina e dove la Franchina cominciava a illuminarsi se vedeva un pacchetto rosso: ciò che dentro si celava, diventava secondario. O la gioia dipinta sul volto di zia Giulia, quando si varcava la soglia di casa sua.

Accanto ai pacchettini, un biglietto scritto con docile eleganza. Tutto aveva un ordine, ma dolce, a Natale.

Aspettando il giorno della festa e i preparativi della nonna Giuseppina sulla tavola che mi appariva lunga e immacolata, tiravo fuori il presepe minuscolo della nonna Argia in Valle Olona: una fragile capanna, con la Madonna e Giuseppe. E quando ho avuto una casa tutta mia, mi sono ribellata agli ordini del calendario e l’ho tenuto sulla credenza per sempre.

Che poi credenza è un termine che non si usa più, forse come quel Natale. Ma non posso non correre indietro e ritrovare la sorpresa dei regali aperti il giorno fatidico, dai nonni a Busto. Che poi tu sapevi cosa sarebbe arrivato, perché dovevi riempire una scrupolosa lista nei giorni precedenti: dalla Maglieria Magica, rapidamente arrivasti all’album dei Motley Crue. Eppure riuscivi a stupirti ancora, e non era finzione o ingenuità: solo adesso capisci che era saggezza, perché la vita, i desideri non se li fa dettare mai.

Allora torno in fretta nel Natale 2019, ringrazio chi si adopera per rendere vie e luoghi speciali, disseminare luminarie ed eventi. 

Mi sembra profetico di questi nostri feriti giorni, che il presepe candido di piazza Santa Maria abbia un custode come la Croce Rossa, assieme agli Amici di Alessandro Colombo. Ricordo ancora quando il promotore di quel presepe veniva in redazione, alla Prealpina, arrampicandosi sulle scale e con un foglietto vergato a mano: avrebbe scalato le  montagne sfidando tutte le difficoltà, per portare la buona novella.

Oggi a Busto, di buone novelle ce ne sono poche, perché siamo poco immersi nel mondo. Continuiamo a bearci di essere la quinta città della regione, ma quanto contano i numeri veramente, sembriamo stentare a capirlo. 

Contano i gesti. Come quello che la Croce Rossa compie quotidianamente, assieme ad altri cuori silenziosi, a favore dei senzatetto. Le attenzioni a chi una casa ce l’ha ma sta per perderla, o ha solo quella e dentro risuona il vuoto.

Conta che in una via splenda testarda una sola luminaria, magari spenta la sera quando l’attività si chiude, perché i bustocchi sono pragmatici.

Una speranza dipinta su uno sfondo buio, uno scampolo di umanità mentre tutti sfrecciamo e fingiamo che del Natale, della sua rivoluzione generosa ci importi poco. Ma basta un presepe umile sulla credenza, o una luminaria solitaria, e siamo pronti a fermarci, ancora.

Marilena Lualdi

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