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Storie | 16 agosto 2019, 15:20

Stefano Gandini, da Varese a New York trascinato da una passione: «Alleno i calciatori di domani. Anche con la realtà virtuale…»

Varesino classe 90, dopo aver “vinto” il visto di lavoro è volato negli USA deciso a realizzare il suo sogno: fare l’allenatore. Oggi è al Metropolitan-Oval, Academy della Grande Mela. E ci racconta la sua storia

Stefano Gandini con la divisa del Metropolitan Oval; sullo sfondo, la Grande Mela

Stefano Gandini con la divisa del Metropolitan Oval; sullo sfondo, la Grande Mela

A ognuno la sua ricetta. Mentre sua sorella Sara con farina, cioccolato e uova sarà la portacolori di Varese nella prossima edizione di Bake Off Italia (ve l’abbiamo raccontato QUI), Stefano Gandini ha preso altri ingredienti per costruire i suoi sogni: coraggio, spirito di adattamento, determinazione, un pizzico di fortuna e un enorme passione per lo sport più bello che c’è, il calcio. 

Varesino, classe ’90, laurea in scienze politiche a indirizzo economico e magistrale in scienze cognitive, Stefano oggi vive e lavora a New York: professione, allenatore. Al Metropolitan-Oval, un’Academy con sede nel Queens, che lavora con i bimbi dai 5 anni fino ai ragazzi dell’under 19 e  che non ha paura di sperimentare: il “nostro” Stefano, infatti, è (anche) il responsabile degli allenamenti con la realtà virtuale. 

Insomma, c’è tanto da raccontare e il modo migliore è farlo insieme al protagonista di questa storia. 

Stefano, partiamo da… qui, da Varese. Dove hai mosso i primi passi nel mondo del calcio?

Il mio cammino non è partito dal campo, ma dall’ufficio: nel febbraio 2012 ho iniziato al Verbano Calcio come responsabile organizzativo. Ho lavorato un anno e mezzo a stretto contatto con il responsabile tecnico Donato Caragnano, ex Inter, oggi al Rapid Lugano: Donato è il mio mentore. Vedendo la mia intraprendenza e voglia di sperimentare, mi ha proposto di allenare. Ho iniziato con una squadra Esordienti della Giovanile dei Laghi di Cadrezzate e ho poi seguito Donato anche alla Vergiatese, allenando i 99 da assistente e i 2000 e i 2003/04 da primo allenatore. 

Come ti sei trovato?

Allenare mi appassiona e sono affascinato soprattutto dalle abilità e dall’approccio mentale, una componente importante del calcio perché si tratta di un gioco imprevedibile, con elementi casuali, con tanti giocatori su una superficie estesa, in cui si usano i piedi e non le mani… Insomma, ci sono tanti fattori che fanno la differenza. La parte cognitiva è per me particolarmente interessante anche perché segue ciò che ho studiato. 

Poi, il grande passo.

Sì, alla fine della stagione ho deciso di non proseguire perché sarei partito per il Belgio per un anno di servizio volontario europeo. Proprio a Bruxelles è accaduto qualcosa che mi ha… cambiato la vita.

Racconta. 

Un mio amico mi ha parlato della lotteria con cui ogni anno gli Stati Uniti concedono in tutto il mondo 30.000 visti che permettono di trasferirsi in America e cercare lavoro. Ci si iscrive online e si spera di essere uno dei fortunati…

…e?

E sono stato uno di quelli. Una volta vinta la lotteria, devi decidere se cogliere o meno l’opportunità. Il primo passo è stato pensare a che lavoro cercare: non ho una laurea specifica, professionalizzante, quindi non era semplice scegliere il “campo”. Alla fine ho deciso che avrei innanzitutto provato a fare l’allenatore di calcio: mi sono buttato, dandomi 3 mesi di tempo in cui avrei utilizzato i risparmi accumulati a Bruxelles. Ho ragionato sulle città in cui il “soccer”, il calcio, era più diffuso e alla fine ho scelto New York: per il suo fascino e anche per la possibilità e comodità di tornare in Italia dalla mia famiglia durante le feste e i momenti di pausa. 

Hai trovato lavoro?

Sì, tramite un’agenzia: mi hanno proposto di allenare in una scuola privata, la Columbia Grammar & Preparatory School, nota come Columbia Prep. Si tratta di una scuola privata superiore costosissima: siamo intorno ai 55.000 dollari l’anno di retta. Che tipo di ragazzi si trovano? Dal molto educato al super viziato; in generale, appartengono all’alta società di New York. Mi hanno affidato il ruolo di capo allenatore del Junior Versity Team, per semplificare la squadra dei ragazzi dei primi due anni di superiori. 

Com’è andata?

Un’esperienza particolare, sembrava di essere in un film, con la giornata che iniziava facendo l’appello sullo scuolabus giallo… È durata pochi mesi, perché lì le stagioni sportive durano così. Il soccer si gioca nella fall season, l’autunno, e la Columbia Prep. gioca un torneo che coinvolge altre scuole private, 6 in tutto: la favorita è la squadra delle Nazioni Unite, poi il Il Lycée Français, poi noi e le altre. Si giocano 6 amichevoli, 5 partite di campionato, infine i playoff. Il programma è molto intenso, anche per gli allenamenti: tra sedute e partite ci si trovava 4 volte a settimana dal lunedì al venerdì; non nel weekend, momento di riposo. Alla fine della stagione mi avevano proposto di rimanere, ma nel frattempo ero già stato assunto dalla mia attuale squadra, il Metropolitan Oval.

Eccoci. 

Mi hanno affidato anzitutto la squadra B dell’under 13. In America funziona così: le squadre, ma non tutte, possono avere per ogni categoria (U19, U17 ecc.) una squadra definita DA - Development Academy: questa è la squadra A, molto competitiva. Quando hai una squadra DA, hai generalmente una squadra chiamata NPL - National Premier League, che serve a far crescere e rimpolpare la squadra principale. Tutte le nostre squadre, dall’U19 all’U13, sono DA e in totale, partendo anche dai più piccoli, ci sono 25 squadre e più di 400 ragazzi. Gli allenatori vengono da tutto il mondo: siamo 5 italiani, 3 olandesi, 2 spagnoli, 2 americani, 1 serbo, 1 irlandese, 1 giamaicano. Per allenare servono delle licenze: io ho la D e tra un anno potrò prendere la C; poi verrà la B, che permette di allenare le squadre DA. La nostra principale affiliazione è con il New York City FC, a cui abbiamo mandato molti giocatori, più di 20, nelle varie categorie; uno di loro gioca in prima squadra ed è il centrocampista 2001 Justin Haak. 

Questo è il tuo lavoro?

Sì. Diciamo che ho un part-time, ma riesco a vivere a Brooklyn, dove il costo della vita è molto alto. Al Met-Oval affianco poi delle ore di lezione private individuali. Un aspetto tradizionale negli USA, molto sentito: mentre in Italia il sogno è diventare professionisti, in America si cresce dal punto di vista sportivo anche con l’obiettivo di ottenere delle borse di studio per i college, che aprono poi le porte a un futuro prospero. Avere una borsa di studio, come immaginerete, fa la differenza: così genitori e ragazzi lavorano anche per questo. 

Come si svolgono i tornei?

Si gioca prevalentemente all’interno degli stati, viste le enormi distanze solo le fasi nazionali si giocano, appunto, a livello nazionale. Noi per esempio giochiamo contro squadre di questa “zona”: Red Bulls New York, New York City FC, New York Cosmos, New England Revolution, Montreal Impact, Philadelphia Union…

Tra le particolarità del metodo del Metropolitan-Oval c’è l’utilizzo della realtà virtuale, di cui tu sei responsabile: ci spieghi di cosa si tratta?

Il mio sogno era poter innovare, utilizzando la tecnologia e in particolare realtà virtuale e realtà aumentata. Durante il colloquio mi hanno raccontato di avere una partnership con la “Beyond Sports”, una società olandese il cui CEO (amministratore delegato) è Jeff Saunders, che è anche il nostro direttore sportivo. Questa azienda ha sviluppo un software di intelligenza artificiale che sfrutta gli Oculus della Samsung e viene usato sia come strumento di moviola, usato da tutti i principali broadcaster per i commenti pre-partita, che come forma di allenamento. Lo usano per esempio l’Ajax, l’Arsenal, la Nazionale tedesca e quella olandese, il PSV, l’Az Alkmaar e altre squadre di Eredivisie. Ognuno lo sfrutta con il suo metodo: il mio è un approccio situazionale, ovvero durante la fase di gioco interrompo e chiedo al giocatore di interrogarsi sulla scelta migliore da compiere. 

Raccontaci come funziona. 

Si indossa il dispositivo e si entra nella partita, una partita professionistica: in questo momento sto usando Manchester City-Tottenham di Premier League. L’intelligenza artificiale, con le coordinate spaziali X e Y, ricostruisce la partita di ogni giocatore e della palla e le relazioni tra giocatori, avversari, palla e porte: è dunque possibile scegliere un giocatore “all’interno” del quale rivedere la partita: Sergio Aguero, Kane, De Bruyne, Kompany… Insomma, si vede la partita dagli occhi del giocatore scelto. 

Come viene utilizzato?

La Met-Oval è la prima Academy negli USA a usare la realtà virtuale come allenamento sportivo e, come detto, ha scelto me come responsabile. Faccio delle sessioni individuali da mezz’ora, con i ragazzi che vanno dall’under 12 all’under 17, ed è molto efficace su chi ha un apprendimento “copying”, cioè basato su quello che fa qualcun altro, o molto visivo e uditivo. In genere lascio 10 minuti liberi, poi inizio a intervenire, cercando di focalizzarmi sulle varie situazioni anche in accordo con il desiderio e la volontà di approfondimento del giocatore. 

Chi gioca a calcio negli Stati Uniti, in cui come noto gli sport principali sono altri? E a che punto è il soccer?

Le squadre sono tradizionalmente eterogenee. Io per esempio avevo in squadra 7/8 “latini”, 2 russi, 1 italiano e 1 italo portoghese, 1 ragazzo del Burkina Faso. Ovviamente mi riferisco alle loro origini, perché sono tutti cittadini americani. Questo aspetto mi piace molto, perché ci sono tante culture diverse che si mischiano tra loro e si incontrano nello sport e, più in generale, in una società e cultura, quelle di New York, assolutamente multiculturale e dove non ci sono pregiudizi odiosi come quelli legati al colore della pelle. Tra i “latinos”, ovvero quelle persone la cui prima lingua parlata è lo spagnolo, il calcio è lo sport principale; nel Queens sono il 35% e quindi questo sport è molto sentito. In generale il soccer è in forte crescita: tra i giovani è il secondo sport più praticato, con football (perché molto pericoloso) e baseball in declino. In generale è il quarto. Il primo, il più diffuso, il più giocato, è ovviamente è il basket. C’è grande attesa per il calcio maschile, visto che quello femminile sta già esprimendo la Nazionale più forte al mondo: come sapete gli americani quando fanno qualcosa vogliono primeggiare… Per ora non ci riescono, in futuro chissà. 

Il calcio più seguito è ovviamente quello europeo…

Sì, soprattutto la Premier League ma in generale i top club, tra cui la Juventus dopo l’arrivo di Cristiano Ronaldo. Si guarda anche l’MLS, il campionato professionistico americano, rendendosi facilmente conto del divario rispetto ai campionati europei. Le squadre cittadine, a New York ci sono i Red Bulls e il City FC, sono comunque vissuti molto allo stadio. 

Prima di finire, vogliamo qualche curiosità personale… Dove hai vissuto e dove vivi ora? Con chi?

Vivo con Eveline, la mia fidanzata: l’ho conosciuta proprio su un campo da calcio, dove era venuta a veder giocare un suo amico; è cilena. Appena arrivato negli USA ho vissuto un mese in una stanza affittata con AirBnb, poi da luglio a marzo in un’altra stanza con coinquilini giapponesi, ore invece io e Eveline abbiamo preso in affitto un appartamento a Williamsburg, sulla linea L della metro. 

Usi la metro per andare al lavoro?

Dipende. Per il campo principale prendo il bus o vado a piedi: ci arrivo in una mezz’ora. Per il campo di allenamento invece prendo due metro e poi attraverso a piedi il ponte pedonale che collega Manhattan a Randall’s island. 

Quali sono i sogni e gli obiettivi da realizzare?

Ho intenzione di rimanere al Met-Oval perché amo la loro metodologia; sono innovativi, ma non “tanto per”: c’è una cultura dietro alle scelte. Voglio proseguire il mio cammino per ottenere le licenze e, poi, una squadra DA. E sarei felice di aiutare qualche ragazzo ad ottenere la borsa di studio per il college. 

Torneresti in Italia?

Al momento no. Torno volentieri per venire a trovare la mia famiglia, per le vacanze. Ma sento che via di qui c’è un’altra mentalità: all’estero respiro ottimismo, voglia di crescere; in Italia sento un clima da stagnazione, vedo la difficoltà di innovare e la poca pazienza nel dare autonomia ai giovani per crescere. Negli USA c’è una mentalità sportiva diversa: l’allenatore, per esempio, è un lavoro, un lavoro rispettato, retribuito; in Italia è invece tradizionalmente lasciato a volontari che dedicano il loro tempo libero e così è difficile dare il 100% delle energie. Come allenatore per seguire i ragazzi in periodi delicati della crescita serve dedizione totale. Io ho le mattine libere, poi parto da casa intorno alle 16 e torno dopo le 22. Nel weekend ci sono le partite e durante i momenti “liberi” si seguono anche le squadre degli altri colleghi: si lavora molto insieme per essere interconnessi e avere una strategia comune. 

Cosa fai nel tempo libero?

Gioco a calcio, vado in palestra, leggo, faccio ricerca, vado al cinema e qualche volta a teatro: diciamo che a New York qualcosa da fare si trova sempre…

Com’è stata presa la tua scelta a casa?

La mia famiglia mi ha detto «fai quello che ti rende felice». Ovviamente stare lontani da loro e dagli amici non è facile, anche perché non posso rientrare di frequente. Ma è meglio venire qui 2 settimane o un mese all’anno con il sorriso piuttosto di essere qui ogni giorno demotivato, abbattuto da non riuscire a fare quello che mi appassiona. Ho cercato e sto cercando di costruirmi un futuro secondo i miei sogni e le mie ambizioni. Mi sono buttato, accettando anche l’eventualità di non farcela. Sono stato fortunato, prima nel vincere la lotteria, poi nel trovare un lavoro che mi piace. Penso di essermi andato a cercare questa fortuna. E ne sono davvero felice. 

Gabriele Gigi Galassi

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