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Sport | 16 luglio 2019, 00:00

ADDIO CARISSIMO VARESE/2. Dai pirati ai pionieri: siamo tornati al grande nulla del 1910. Meglio del piccolo nulla degli ultimi anni

C'è chi stamperebbe un manifesto con le foto di coloro che hanno ucciso il Varese, chi espone striscioni come la curva, chi esalta l'amore biancorosso per non darla vinta ai "maledetti" che l'hanno soffocato, chi è fatalista come Giorgetti e chi è sognatore come Sogliano. E c'è chi, come noi, pensa di essere tornato al 1910 e all'inizio della storia.

ADDIO CARISSIMO VARESE/2. Dai pirati ai pionieri: siamo tornati al grande nulla del 1910. Meglio del piccolo nulla degli ultimi anni

C'è chi, come Roberto, farebbe un manifesto con stampate le foto e i nomi di coloro che hanno ucciso il Varese. «Chiedere a queste persone di provare vergogna non ha senso perché non ne conoscono il reale significato. Però la fama del loro scempio le dovrà precedere ovunque andranno a vivere o a lavorare».

C'è chi, come Lele, posta le foto dell'invasione di campo per il ritorno in serie B atteso 25 anni e scrive: «...io riparto da qui, non ve la darò mai vinta MALEDETTI. Niente e nessuno di voi potrà scalfire l'amore per il Varese, quello vero, quello per cui abbiamo sofferto e gioito e quello per cui rinascerà».

C'è chi, come la curva, in tarda serata espone due striscioni da curva: "Benecchi per educazione la mano ti abbiamo dato, adesso che il Varese hai affondato non sarai più rispettato", "A dicembre la curva non hai ascoltato, colpevole anche tu che sei entrato".

C'è chi, come Marco, temeva «un colpo di coda che non facesse altro che portare avanti ancora tutta questa assurda agonia. Meglio non avere una squadra che vivere un minuto di più questo supplizio».

C'è chi, come Luca, di fronte a un anno senza Varese prova «dolore forte, dispiacere immenso. Io al Varese ho imparato a voler bene. Tanto. Ma su basi marce non si poteva ricostruire».

C'è chi, come Giancarlo Giorgetti, non ha voglia di ridere o scherzare e ti guarda con occhi e parole aguzzi, da titolo: «Il nostro povero Varese non c'è più».

C'è chi, come Sean Sogliano, starà sicuramente pensando che «bisogna morire per rinascere... ma ci rialzeremo... Forse stare senza calcio farà pensare tutta la città. Tra un anno o due saremo cinquemila».

E' c'è chi, come noi, ripensa a una rondine biancorossa che se ne va per sempre verso il mare e a una frase di Vincenzo Di Giovanni risalente agli anni Ottanta, valida per ogni stagione e per ognuna delle mille vite biancorosse «C'erano dei dirigenti che ridevano mentre io piangevo». Qualcuno ride, noi piangiamo perché qui sono sempre bastate poche persone per violentare una cosa di tutti, anche se poi ne bastano altrettante poche per ridare la vita a quegli stessi tutti. 

E pensiamo anche ad altro: a Bonifacio e Cristina, uno capocannoniere con 18 gol anche se era cieco da un occhio, l'altro morto in guerra dopo essere stato tra gli artefici della prima promozione in B.

Pensiamo all'ineluttabile: l'uomo, anzi gli uomini autori di questa estinzione del calcio hanno potuto più delle guerre. Che trascinarono i varesini sul Carso, sull'Adamello o a Caporetto ma non riuscirono a far cessare la vita della società, mai, neppure durante la seconda guerra mondiale quando il Varese partecipò al campionato dell'Alta Italia con sua maestà Peppino Meazza.

Pensiamo che tutto cominciò da una maglia biancoviola di pura seta, un addetto alla lucidatura dei palloni e giocatori responsabili del loro "fagotto"; pensiamo alle prime caviglie saltate e alle sbucciature, ai primi avversari (l'Aurora di Busto, la Libertas di Gallarate, il Luino, l'Ausonia), alle sconfitte che si contavano con il pallottoliere; e alle trasferte via treno autofinanziate puntando ai ribassi per comitive, allo spazio del Mercato con il suo terriccio e le cadute rovinose, ai due pali per parte, alla palla di stoffa da calciare segando anche il prato, alla palizzata nero fumo del campo all'Aermacchi e alla corda per frenare il pubblico, al prato delle Bettole con il rubinetto per il lavaggio e gli inverni in cui si spaccava il ghiaccio della tinozza per avere l'acqua.
 
Pensiamo a quella gente di casa nostra senza pretese, senza ingaggi, senza mezzi termini e senza compromessi che fece nascere il Varese, 109 anni fa.

Possiamo fermarci di fronte alle piccole miserie di oggi e all'ombra di un nulla che sfigura di fronte al grande nulla di 109 anni fa? 
Quella è la strada, e ci siamo sopra: basta percorrerla.
 
Siamo nel 2019 ma è come se fosse il 1910: possono esserci orgoglio, responsabilità e fortuna più grandi di essere passati dalla fine all'inizio? Dai pirati ai pionieri, avanti Varese.  

Andrea Confalonieri

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