/ Attualità

Che tempo fa

Cerca nel web

Attualità | 10 luglio 2019, 17:44

Addio Valentina, eri un fiocco di neve capace di commuoversi davanti alla bellezza di una rosa

È morta a 96 anni Valentina Cortese, l'ultima grande diva del cinema e del teatro italiano. Pubblichiamo il bellissimo ricordo di Mario Chiodetti. Dall'incontro nella sua casa di piazzetta Sant'Erasmo a Milano fino al palco del Santuccio di Varese in occasione del Premio Chiara: «Un pezzo di storia della cultura italiana»

Addio Valentina, eri un fiocco di neve capace di commuoversi davanti alla bellezza di una rosa

«Raggomitolata in un fiocco di neve sono nata a Milano, il primo gennaio, nell’ora del tramonto», mi disse Valentina Cortese, circonfusa di color salmone nel salotto della sua meravigliosa casa in piazzetta Sant’Erasmo a Milano. Un incipit teatrale, da grande diva, anzi divina, qual era, nonostante gli allora 89 anni -era il 2012- perché il teatro era stato la sua vita fino all’altro ieri e il cinema un prezioso intermezzo, con l’avventura americana conclusa forse troppo presto.

L’amico attore Umberto Ceriani, che aveva lavorato al Piccolo con Valentina, procurò l’appuntamento, e mi trovai di colpo catapultato in un pezzo di storia del teatro italiano, perché quel giorno c’erano in salotto anche Andrea Jonasson, l’ultima compagna di Giorgio Strehler, e Giulia Lazzarini, tuttora sulla scena a 85 anni compiuti.

Trucco perfetto, l’immancabile foulard in tinta con lo chemisier panna, la grande attrice che lavorò con James Stewart, Spencer Tracy e Humphrey Bogart, fu diretta da Truffaut, Monicelli, Fellini, Zeffirelli e Antonioni, mi raccontò la sua infanzia in campagna a Rivolta d’Adda per il rifiuto di sua madre, concertista di pianoforte, a crescerla con lei, la relazione, considerata scandalosa, con il grande direttore d’orchestra Victor de Sabata, che poteva esserle padre, l’amore grande per Strehler, del quale Valentina conservava una fotografia di lui fanciullo. Con Giorgio, “Valucc”, come la chiamavano in campagna, visse a pochi metri dalla casa di Sant’Erasmo, nell’ex “conventino” delle suore Umiliate, poi venduto ma allora nido d’amore e poesia sospeso tra gli alberi.

«È inimmaginabile quanto fosse grande», ripeteva, «nel “Giardino dei ciliegi” non sono io che muovo la mano in un certo modo, o alzo lo sguardo al cielo, ma lui che mi guida. Eravamo come ipnotizzati, marionette umane mosse da lui, sue emanazioni. Ricordo Gianni Santuccio, quando in vena il più bravo attore del mondo ma ogni tanto svogliato, ripreso da Giorgio in scena ripartire con uno slancio che andava oltre l’umano».

In quell’anno 2012, Mondadori aveva pubblicato la sua autobiografia, intitolata “Quanti sono i domani passati”, e nell’intervista Valentina Cortese ne regalò qualche spizzico: «Fellini veniva a casa mia truccato come una puttana, chiedeva se Francesca, la mia cuoca, avesse preparato i piccioni ripieni, li mangiava e spariva. Con François Truffaut non sembrava neppure di lavorare, le cose accadevano da sole, leggevi nella sua mente cosa avrebbe voluto in una scena. Che amico, peccato sia mancato così presto».

Ricordi di una carriera straordinaria e unica, della vita intesa come opera d’arte, dell’amore vissuto fino in fondo, bevuto a grandi sorsi. Di de Sabata aveva un ricordo lancinante, e si commosse rievocandolo: «Ci guardammo negli occhi, io vedevo i suoi del colore dell’oceano, le sue mani splendide. Il secondo giorno mi regalò il disco del “suo” Tristano, una creazione unica. Mentre lo eseguiva la commozione prendeva gli orchestrali e alla fine piangevano tutti, Victor per primo. L’ho adorato, che cultura, come suonava il pianoforte! Amava i gatti, chiamava i cuccioli “angeli”, quando andavo a trovarlo con Giorgio Strehler a Santa Margherita, dopo l’infarto che lo tolse per sempre dal podio, ce n’era sempre una fila che lo seguiva».

C’è anche un ricordo varesino di Valentina, quando, lo stesso anno, riuscii a invitarla, con l’aiuto del suo grande amico Antonio Zanoletti, al Festival del Racconto del Premio Chiara, a presentare sé stessa e il suo libro al teatro Santuccio (nella foto in apertura di pezzo, insieme a Mario Chiodetti, ndr), un altro grande collega. Elegantissima, si fece fotografare con il mazzo di gigli e rose regalatole da Bambi Lazzati e, in mano, il ritratto di Gianni Santuccio, che mostrava al pubblico, tutto per lei. Una diva, fino all’ultimo, ma anche una donna fragile e sincera, capace di commuoversi davanti alla bellezza di una rosa.

Mario Chiodetti

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore